martedì 14 agosto 2007

On the road!

Spostarsi in Kirghiztan non e' facile. Un'unica strada asfaltata in buone condizioni collega le due maggiori citta', Bishkek, la capitale, ad Osh, nella valle di Fergana. Il resto della rete stradale e' costituito da carreggiate semi asfaltate e polverose, con buche insidiose e sassi sempre in agguato. Quando si sale verso le montagne, l'asfalto lascia il posto allo sterrato. Nonostante tali insidie di jeep in circolazione ce ne sono poche. La vecchia Lada e' la macchina piu' diffusa, messa a dura prova dalla strada e dal carico eccessivo che e' costretta a sopportare: se non sono le classiche 5 persone, compresse spalla a spalla nell' abitacolo, sono le pecore, che soppravvivono anche a bagagliaio chiuso, oppure carichi di meloni ed angurie che occupano tutto lo spazio libero oltre al posto di guida!
In giro si avvistano anche alcune Ziguli, ormai pezzi da museo, mentre si sta diffondendo, come in Kazakistan, l'utilizzo della macchina di quinta mano tedesca, con Audi 80 e Mercedes 200 tra le piu' diffuse. Queste ultime sfrecciano indiavolate sulla Bishkek-Osh, sverniciando le povere Lada e i sovraccarichi Minibus. I guidatori sfruttano al massimo la "pista" lunga 680 km, tagliando ogni curva, ove possibile naturalmente, e cimentandosi in arditi sorpassi. Un doppio colpo di abbaglianti delle macchine che viaggiano nel senso opposto molto spesso significa "ehi, datti una calmata!". Un brivido lungo 8 ore, due passi alpini a oltre 3000 metri, innumerevoli curve a gomito, pneumatici stridenti e 16 euro di biglietto.
Io e Raul, il mio compagno di viaggio francese, insegnante di pianoforte a Strasburgo, ci imbarchiamo a Osh su una Mercedes 200 nera, diretti a Bishkek. Il viaggio procede tra pennichelle difficoltose (mancano i poggiatesta) e soste per acquisto di angurie e latte di cavalla fermentato (specialita' locale, leggermente alcolica), pranzo, rinfresco in un torrente di montagna. Dopo 6 ore, lo scollinamento oltre un passo a 3100 metri offre panorami splendidi. Decidiamo di scendere ad una biforcazione della strada per una valle laterale: l'ambiente e' pacifico e invita alla sosta. Molto meglio che arrivare verso le 21 a Bishkek e dover cercare ancora un alloggio nella popolosa (1,7 milioni di abitanti) capitale kirghisa.
Attendiamo una buona mezz'ora un passaggio in macchina verso Suusamir, la nostra destinazione; mentre sulla Osh-Bishkek il traffico e' frequente e costante, sembra che nessuno si voglia avventurare nella strada laterale. Alla fine riusciamo a salire su una vecchia Passat e capiamo fin da subito le avversita' delle strade minori: la carreggiata diventa subito sterrata ed e' piena di buche. Si viaggia intorno ai 30 km all' ora. Buchiamo anche una gomma, prontamente sostituita dal nostro autista, evidentemente abituato a tali inconvenienti. Per fortuna fino a Suusamir sono solo 16 km!
Arriviamo che sono passate da poco le 19. Il sole sta tramontando e la luce si va affievolendo. Per la prima volta da quando sono partito estraggo una felpa dallo zaino. Fa fresco, non ci saranno piu' di 15 gradi; siamo poco sotto i 3000 metri, in un villaggio di pastori; poche case, allineate lungo la strada principale, muggiti e belati in lontananza. Fermiamo un ragazzo in bicicletta e chiediamo se c'e' un albergo; risponde "si, esiste, ma non ci sono le chiavi e il custode abita a parecchi km da qui"; scopriamo poi che l'albergo in realta' e' la scuola del paese. Il ragazzo (che parla un poco l'inglese!) ci dice di aspettare e svanisce nella sera con la sua bici. Ritorna dopo 30 min. e ci fa segno di seguirlo: lui e sua mamma saranno lieti di ospitarci.
La casa e' piccolina e molto dignitosa, tutta di legno, dal tetto spiovente e appuntito, colorata di bianco all' esterno e con i bordi delle finestre celesti. Nel giardino pascolano due mucche, alcune pecore e qualche gallina, oltre all' immancabile cane di guardia. Ceniamo a base di pane, burro, panna e marmellata, sorseggiando abbondante the'. Chiudiamo il pasto sgranocchiando dei bigne' fritti, una specialita' kirghisa. Raul parla un poco di russo e cio' facilita' la conversazione, ora mista russa-inglese. Prima di andare a letto il ragazzo ci offre un saggio artistico di chitarra kirghisa, utilizzando un piccolo strumento di legno che dice di avere costruito con le sue mani. Eccezionale!
La notte passa benissimo e al mattino siamo gia' attivi di buon'ora. Una botta di acqua ghiacciata in faccia e una visita alla latrina in fondo al giardino (da farsi in apnea): pronti a partire. Salutiamo a grandi sorrisi la mamma ed il ragazzo e chiediamo il costo del nostro B&B. Non vogliono nulla! Cavolo, siamo piacevolemente sorpresi; non ce l'aspettavamo. Ringraziamo ulteriormente e ritorniamo sulla strada principale, in attesa di un nuovo passaggio verso la nostra successiva destinanzione, Kochkor, 130 km a est di Suusamir.
Dopo oltre 40 min. di attesa si ferma il primo veicolo: sono una coppia di turisti polacchi! Stanno viaggiando su una autoambulanza riconvertita a camper. Maciej, 40 anni con un passato di autostoppista in giro per il mondo, ci spiega di avere acquistato il mezzo in Austria, dove appunto serviva da ambulanza in un paese di montagna; Mercedes, trazione 4x4. Ha lavorato quasi un anno per metterlo a posto, creando la zona notte e una piccola cucina e a inizio luglio e' partito con Maja, la sua compagna, da Poznan. Ci accuciamo sui letti; iniziano le danze sul ruvido sterrato.
Maja e' alla ricerca di suo nonno, un militare kirghiso di stanza in Francia nel corso della seconda guerra mondiale. Al termine del conflitto, dopo avere dato i natali alla madre di Maja, e' sparito senza lasciare traccie, se non alcune sporadiche lettere. Maja ci mostra alcune fotografie del nonno da giovane e le lettere. Ci racconta che dovrebbe abitare nei pressi di Osh e, se non e' deceduto, avere 87 anni. Una storia affascinante, come affascinante e' Maja, lunghi capelli castani, sempre sorridente, modi gentili e un fisico mozzafiato.
Dimenticando lo sterrato e le buche, il viaggio e' molto gradevole. Alle 10.30 facciamo la prima sosta, approfittando dell' incontro con un ciclista svizzero. Maja prepara caffe' per tutti e allunga biscotti, noci e miele. Maciej, invece, estrae dal retro del camper la biografia di un ciclista polacco che ha attraversato l'Africa in solitaria da Nord a Sud negli anni Trenta, morto poi di malaria l'anno successivo il rientro in patria. Sogna di tradurre il libro in inglese e di diffondere nel mondo la storia dell' intrepido ciclista, tuttora poco conosciuto nella stessa Polonia.
Salutato il ciclista continuiamo la marcia fermandoci di tanto in tanto per fotografare i paesaggi: all' inizio si viaggia in una stretta valle, ai margini di un fiume a tratti impetuoso, poi lentamente la valle si apre, lasciando spazio ad ampi verdi pascoli e ad un paesaggio piu' dolce, fatto di montagne meno aspre. Nel primo pomeriggio avvistiamo e carichiamo una coppia di giovani francesi di ritorno da un trekking di alcuni giorni. Fermi a bordo strada attendono un passaggio per Kochkor. Maciej e' felicissimo di avere cosi tante persone a bordo!
Intorno alle 16 ci fermiamo nuovamente perche' questa volta e' l'ora del pranzo: Maja sforna un risotto alle verdure delizioso e Maciej dispensa birre fredde e un Cabernet Sauvignon californiano. Senza parole! Io e Raul siamo certi del fatto di avere avuto un grosso culo. La strada da Suusamir a Kochkor e' veramente brutta e poco trafficata; i paesi sono distanti decine di km l'uno dall' altro e per lunghi tratti, anche di un'ora, non abbiamo incrociato nessun altro mezzo. Siamo stati veramente fortunati a trovare questo passaggio.
Arriviamo satolli alle 18 a Kochkor, manco fosse un viaggio organizzato; salutiamo calorosamente Maciej e affettuosamente Maja. Ben presto il loro furgone si disperde in una nuvola di polvere.
Rene'

3 commenti:

Michele Spiriticchio ha detto...

Ciao René,
sei un grande,
da parte mia un grandissimo grazie e continua sempre così!!
Ciao!!
michele

Anonimo ha detto...

Vano, questo racconto è eccezionale. La storia dell'ambulanza riadattata! Il ciclista polacco! Fantastico! Io sono in mezzo al deserto del Nevada, a Winnemucca. Una Las Vegas dei poveri. Oltre ai casinò anni settanta non c'è niente, neanche la stazione (c'è solo un binario dove si ferma il treno e si sale). Però wi-fi funzionante ovunque.
A presto!
Mauro

ma ha detto...

che spirito d'avventuriero! Bravo René, ma la mancia no?????potevi lasciare anche i vecchi jeans! tanto pa ne ha ancora. bacio.
tornati da A'dam abbiamo patito il freddo anche noi. 12.5° quasi inverno e pioggia continua. Qui per fortuna meglio.
Ma hai tempo ancora di girare? I tuoi racconti sono favolosi. Mi ci perdo per ore.