giovedì 23 agosto 2007

C'era una volta la Russia

L'escursione ha lasciato le sue traccie e allora quale miglior rimedio se non quello di passare alcuni giorni nei pressi del secondo lago alpino piu' grande al mondo? Eccomi quindi a Karakol, un paesotto di circa centomila abitanti non lontano dalle sponde del lago Issik Kul. Si sta decisamente bene: non fa troppo freddo, come di notte nelle yurte, non e' troppo caldo, come nelle citta'-forno uzbeke. E c'e' finalmente una doccia con acqua quasi calda; che bello potersi sentire puliti!
Alloggio al Yak Tours Hostel, che di nome potrebbe sembrare un ostello, ma di fatto e' una casa di una famiglia russa, i cui componenti potrebbero uscire da I Miserabili di Victor Hugo: un capo, Viktor, intraprendente sessantenne quasi sempre assente perche' porta con ogni mezzo i turisti su per le montagne a ridosso della citta': a piedi, coi quad, con delle scassate jeep di produzione russa; un gestore, anche lui sui sessanta, di cui non so il nome, che si aggira spettrale per il cortile ed il cui unico compito e' quello di aprire la porta quando suona il campanello, chiederti da quale Paese provieni e dirti che il prezzo del letto e' 250 som (5 euro); una arzilla nonnetta, Babalina, occhiali con spesse lenti, sempre indaffarata in cucina a preparare colazioni, pranzi e cene per gli ospiti; un figlio, che passa la giornata seduto su una panchina in cortile, sguardo basso e mani tremanti. Hanno trasformato la loro casa in una pensione per viaggiatori, disseminando letti ovunque, tranne nel soggiorno, dove, come ultima necessita', c'e' un divano letto per il turista dell' ultima ora. E' divertente perche' non hanno trasformato le stanze in camere da letto: hanno mantenuto tutto l'arredo originario, aggiundendo i letti. Quindi ti puo' capitare di dormire accanto ad un pianforte, al caminetto o presso la dispensa delle stoviglie. E' una vecchia casa russa a due piani, tutta in legno, con molti tappeti, drappi, tende, quadri e qualche animale impagliato (ho usato le corna di una capra di montagna per appendere i miei vestiti): decisamente troppo arredata! Di fronte alla casa, oltre il cortile, c'e' una vecchia stalla, anche essa trasformata in ostello, dove hanno ricavato due dormitori. Nel loro piccolo giardino i piu' squattrinati possono piantare una tenda, come hanno fatto due ragazzi in viaggio in macchina dall' Inghilterra alla Mongolia. All' interno della casa regna un buio fitto e bisogna tenere le luci sempre accese; le finestre e la casa intera sono ricoperte da un fitto strato di edera.
A Karakol regna una atmosfera strana: in citta' ci dovrebbero essere quasi centomila abitanti, ma dove sono? In strada si vedono poche persone; auto, solo sulle arterie principali; un poco di animazione? Al mercato. Depressa, stanca, spenta, sconsolata, sono tutti aggettivi che potrebbero calzarle bene. Oppure un poco triste, come la coscia di pollo che naviga solitaria nella mia zuppa allo Zarina Cafe', dove ci sono degli antri nei muri, nascosti da una tenda, che fungono da salette private, per riempirsi di vodka lontano da occhi curiosi, e alla radio trasmettono Mamma Maria dei Ricchi e Poveri... ma dove sono finito?
Nonostante tutto, Karakol mi piace. Non c'e' un cacchio da fare e ho tempo per rilassarmi e leggere. Vado in banca, alla posta, spedisco un pacchetto a casa (arrivera'?), porto i vestiti a lavare, li stendo nel cortile, cerco un barbiere, non lo trovo; scrivo molto. Mi ambiente e divento quasi uno di loro. Quasi. Ancora non mi vesto con vestiti militari, ho una andatura incerta, una faccia paonazza e scavata da profonde rughe, come certi russi che sembra che abbiano appena sparato all' orso piu' gigante del Kirghistan. Cosi mi sono sempre immaginato i bracconieri.
Karakol e' una citta' in gran parte russa: c'e' una attiva chiesa ortodossa, dove ho visto celebrare un matrimonio; tante piccole casette di legno, dalle vernici sbiadite e scrostate; locali come il Zarina Cafe' che sembrano trapiantati dalla Siberia e questi russi trasandati dal look militare. Tutto ti fa pensare che qui, una volta, era meglio. Nei parchi pubblici l'erba arriva al ginocchio, come nei giardini di certe case; solo le strade principali sono asfaltate, il resto e terriccio e buche; i pochi condomini hanno lunghe e preoccupanti crepe. Degli abitanti, chi sta messo peggio raccoglie le bottiglie di vodka e le porta ai centri di raccolta, per qualche spicciolo; chi sta bene, accoglie turisti e organizza escursioni. Dopo l'indipendenza del Paese, qualcosa deve avere travolto i russi di questa citta'. I kirghisi hanno in mano i negozi, guidano i minibus, fanno gli agricoltori nelle campagne circostanti o si dedicano alla pastorizia nei monti; commerciano. Ai russi resta la nostalgia e quella bottiglia di vodka sempre vuota in mano. Un tempo c'era l'esercito sovietico, a presidiare il confine strategico con la Cina, c'era una guargione, c'era vita. La mia guida descrive l'albergo Karakol come il regno dell' alcol e della prostituzione; lo cerco. E' chiuso e sta cadendo a pezzi.
Di notte si alza spesso un fresco vento, scende dai monti innevati che sovrastano la citta'; c'e' poca luce, il traffico si ferma e i cani iniziano il loro nervoso concerto notturno; anche Zarina, nel suo caffe', non si attarda a spegnere quella strana radio.
Rene'

3 commenti:

Anonimo ha detto...

sempre meglio renè...mario

Daniela ha detto...

ciao fratellone! hai smesso di fare il cowboy?
chissa' se arriva il pacchetto? cosa ci hai mandato? 1 bottiglia di vodka?? ;-)

qui tutto ok.. ancora 1 giorno di lavoro poi 2 settimane di vacanza!! finalmente!!

ciao, Dani

mastorna ha detto...

"La mia guida descrive l'albergo Karakol come il regno dell' alcol e della prostituzione; lo cerco"
...porcellino!

;-)

mik