giovedì 27 marzo 2008

The wild wild east (2)

Mi sveglio alle 10 con un forte mal di testa e con accanto la mia conoscenza notturna. Una ragazza allegra e sorridente - al contrario di me che sembro il cugino di Frankenstein. Peccato che in inglese sappia dire solo Yes e No e che io non abbia ancora imparato il cambogiano. Risultato: comunicazione azzerata. "Vuoi fare colazione?" Risposta: yes. "Vuoi andare a casa?" Yes. Siamo in una strada senza uscita. La saluto mentre si allontana su un moto-taxi.
Per il resto della giornata prevedo un tour purificatore alla scoperta dei monasteri buddisti della citta'.
Phnom Penh e' molto simile ad Hanoi: confusione, aree trascurate o degradate, un po' di sporcizia in giro, case basse, alte al massimo 3 piani e tanti motorini spernacchianti. Si respira un clima di anarchia e di assenza di regole; come altro descrivere se no una citta' dove ci sono ristoranti che sfornano pizze alla maria e dove in albergo ti offrono da fumare? Delirio, come quello, agghiacciante che mi sveglia in piena notte nello squallor-ostello. Qualcuno sta urlando, in italiano, "perche' questa merda, perche' questa merda?" con un perche' allungattissimo e una merda che finisce in pianto. Ho la pelle d'oca. Il ragazzo e' nella stanza di fianco alla mia. Grida, piange e vomita. Ad un certo punto esclama "voglio allucinazioni vere!". E' decisamente fatto. Mentre sto ancora pensando a cosa fare (esco a vedere? busso alla stanza? gli grido di smettere?) il delirio si placa e posso tornare a dormire. Un segnale che e' ora di alzare le chiappe e di lasciare la zona.
Concludo l'esperienza nella capitale visitando gli edifici dove il dittatore Pol Pot, durante il sanguinoso regime dei Khmer Rouge, deteneva i prigionieri prima di trasferirli ai campi di sterminio (killing fields). Il carcere e' una ex-scuola dove le aule sono state trasformate in celle e luoghi di tortura. Appese alle pareti ci sono lunghe sequenze si fototessere con i volti delle persone passate di qui; impressionante. Di seguito visito un grande mercato dove si trova di tutto, dai vestiti griffati contraffatti ai CD e DVD pirata, dagli elettrodomestici ai pezzi di ricambio per auto e moto; durante i pazzi anni 90 (periodo di incertezza politica e colpi di stato) qui si commerciavano anche armi e droga. Mi limito ad acquistare una felpa della Puma, probabilmente fallata o, come si dice da noi, "cascata da un camion".
Anche senza un approfondito studio o ricerca sul Paese si puo' facilmente intuire che in Cambogia c'e' una corruzione dilagante. La classe media non esiste e si capisce da come la gente si sposta: in motorino oppure con Toyota Landcruisers; queste ultime guidate da ufficiali di polizia o dell'esercito che, nominalmente, percepiscono alcune centinaia di dollari di salario mensile. C'e' molta diseguaglianza sociale e poverta'. Il sistema economico viene in larga parte alimentato da denaro proveniente dall'estero, da enti sovranazionali come la Banca Mondiale e l'ONU e dal circuito NGO, ma probabilmente solo una fetta di questo viene usato per scopi umanitari mentre il resto si incanala, su altre strade, verso le tasche di politici e amministratori locali. Vi faccio un esempio: Siem Riep, nei pressi delle rovine di Angkor Wat, e' il principale centro turistico del Paese. Ogni anno, due milioni di turisti passano da queste parti a visitare le magnifiche rovine immerse nella giungla. La strada che porta verso la Thailandia e Bangkok (distante non piu' di 400km) e' da anni un enorme cantiere, pressoche' fermo. Sul lato cambogiano la carreggiata e' quasi interamente sterrata. Domanda: perche' non esiste una autostrada tra Siem Riep e Bangkok (che e' il principale punto di ingresso dei turisti nel sud-est asiatico)? Perche' c'e' una compagnia aerea cambogiana, detentrice di un quasi-monopolio dei voli su Siem Riep, che non ha il ben che minimo interesse verso la costruzione di una strada e paga quindi mazzette per rallentarne i lavori.
Un altro esempio di "selvaggia" Cambogia? Alla reception della guesthouse di Siem Riep (dove mi sto per recare) c'e' una serie di fotografie di persone intente a sparare; chiedo informazioni. Il gestore organizza escursioni a poligoni di tiro dove e' possibile utilizzare pistole, AK-47 e bazooka (secondo alcuni anche un carrarmato, ma mi puzza di leggenda). La cosa triste e' che si puo' sparare anche bersagli mobili precedentemente acquistati al mercato (oche e galline). Malato.
Rene'

sabato 22 marzo 2008

The wild wild east (1)

Mi trattengo un giorno a Kratie per poter vedere la maggiore attrazione turistica del luogo: i delfini d'acqua dolce del Mekong. A meta' di una calda mattinata esco su una piccola barca a motore. Il barcaiolo si muove verso il centro del fiume - veramente largo in questo punto - e, giocando con la corrente, mi permette a piu' riprese di avvistare gruppi di 2 o 3 delfini che lambiscono la superficie dell'acqua e sbuffano prendendo fiato. Rispetto ai loro fratelli di mare non hanno il muso allungato: la testa e' tozza, quasi bianca, a forma di palla e le dimensioni del corpo, probabilmente, sono minori. E' emozionante poterli vedere nuotare e respirare a qualche metro dalla barca!
L'indomani mi sposto a Phnom Penh, la capitale della Cambogia. Al ristorante di fronte al mio albergo (a Kratie) mi consigliano di prendere un taxi e mi assicurano che ci penseranno loro a trovarlo: "e' piu' veloce del bus. Tu vieni qui alle 6.30 domani mattina, fai colazione e poi alle 7 ti passa prendere il taxi". Ubbidisco. Mi presento puntuale; mangio. Ore 7: niente taxi. Ore 7.30: ancora nulla. Ore 8: chiedo informazioni e mi dicono che stanno aspettando ancora una persona per riempire il taxi. Ore 9: arriva una macchina, mezza vuota; l'autista dice che e' disposto a partire ma che devo pagare il doppio perche' ci sono dei posti non occupati; rifuto. Ore 9.30: niente. Ore 10: sollecito il cameriere per far chiamare il tassista e sbloccare la situazione. Ore 11: mi faccio ritornare i soldi anticipati ieri, ringrazio ironicamente per il disservizio e mi dirigo da solo verso l'area di parcheggio dei taxi. Rene', benvenuto in Cambogia!
Dopo solo 15 minuti sono su una macchina insieme ad altre persone diretto verso un paese dove dovro' cambiare taxi per Phnom Penh. Sulla seconda tratta batto il record mondiale di passeggeri accomodati su una berlina (Toyota Camry, un incrocio tra un Audi 80 e una Fiat Croma): siamo in 8, autista compreso (record precedente: 7 persone su una Lada in Kirghyzstan). Dietro siamo in 4 adulti (2 uomini e 2 donne); davanti c'e' una coppia sul sedile anteriore mentre il tassista divide il suo spazio con una ragazza: lui e' seduto con una chiappa sul sedile e con l'altra sul freno a mano e assume una posizione di guida diagonale; ammirevole lo sforzo per l'utilizzo della frizione, data la distanza del sedere dai comandi. Vi ricordate il film Ace Ventura? Jim Carrey guida con la testa fuori dal finestrino; nel mio caso la posizione dell'autista e' simmetrica: testa al centro dell'auto e braccia, allungate verso sinistra, lontane dal corpo.
La persona accanto a me parla bene inglese: dice di lavorare ad un progetto internazionale (di una agenzia dell'ONU) volto a scovare prodotti alimentari contraffatti, dove il "made in" stampato sull'etichetta non corrisponde all'effettivo luogo di produzione del cibo. Si scusa per il modo disumano nel quale stiamo viaggiando e aggiunge che, purtroppo, ci troviamo in un paese sottosviluppato.

Lake Ghetto

Arrivato a Phnom Penh mi sistemo lungo le sponde orientali del lago al centro della citta'. E' uno specchio d'acqua abbastanza grande, ricoperto da file, parallele, di vegetazione verde (water spinach, mi dicono). Visto dall'alto il tutto appare come un grosso labirinto. All'interno, piccole barche si muovono lentamente e raccolgono la verdura.
Al momento della registrazione alla guesthouse (chiamata Same Same but Different) mi chiedono se ho bisogno di erba... Le camere sono terribili, sicuramente tra le peggiori viste nel corso del viaggio; sono celle dove ci sta a malapena un letto ad una piazza e mezza, appoggiato a 2 dei 4 lati della camera; intorno, c'e' uno spazio di 30cm grande quanto basta per incastrarci lo zaino. In un angolo c'e' un ventilatore e sulla parete che da verso l'esterno c'e' un piccolo buco che ha forse lo scopo di apportare maggiore ventilazione alla cella; le pareti sono di legno compensato spesso 5mm. Di case come queste ce ne saranno almeno 10 lungo le sponde del lago; si appoggiano per un terzo sulla terra ferma e per due terzi si spingono nell'acqua, sorrette da palafitte. Sono edifici stretti, a 2 piani, quasi interamente di legno, con un corridoio centrale e camere disposte su ambo i lati. Il loro insieme forma il temibile Backpacker Ghetto di Phnom Penh. Lowlights: sporcizia, puzza, squallore, spacciatori e moto-tassisti assillanti. Highlights: prezzi competitivi; socializzazione; tramonti sul lago.

Tonite is the nite

Si e' fatta sera. Raggiungo le sponde del Mekong per la cena. Passeggiando per le strade di Phnom Penh inizio ad accorgermi che qualcosa sta cambiando nel panorama del mio viaggio: turisti occidentali, di una certa eta', camminano mano nella mano con giovani cambogiane... Arrivo all' Herb Pizza, il locale scelto per la serata, dove fanno la pizza alla maria; ci vado in ottica di ricerca: voglio vedere se qualcuno la mangia veramente. Dai tavoli del locale avvisto Rusty, un ragazzone australiano conosciuto 2 giorni fa sul minibus tra Laos e Cambogia. Fissiamo una punta per le 23 allo Sharky's. Io continuo le mie esplorazioni e finisco al Walkabout: locale ad angolo, aperto su due lati, luminoso, biliardo al centro e file di avventori accalcati al bancone. Mentre sorseggio la mia birra conosco D, cinquantenne veneto; da una vita fa 6 mesi in Italia e 6 mesi in Asia "perche' in Italia mi annoio, siamo bigotti, i politici mi fanno schifo, c'e' il Papa mentre qui e' piu' bello, non c'e' criminalita', ci si diverte, c'e' allegria..." e, aggiungo, ci sono le donne. Dopo una trentina di minuti a parlare del piu' e del meno, D, con le mani su una tipa che si e' inserita tra di noi, esclama "seeeee, ma io stasera c'ho voglia di trombare!". Guardo le lancette: e' ora di raggiungere Rusty. Lo trovo attaccato al bancone dello Sharky's insieme ad un obrobrio che sembra un transessuale mal riuscito. Il locale e' molto simile a quei discobar luci e neon che potresti trovare anche da noi, in una umida e fredda notte invernale padana; gli avventori, ovviamente, no. Dovremmo essere, a seconda della mia guida turistica, in uno dei migliori locali di Phnom Penh... Il posto e' affollato: occidentali versus cambogiane; game on. Finiamo le birre e lasciamo lo Sharky's tra gli sguardi maliziosi di un gruppo di ragazze. Puntiamo verso l'Heart of Darkness - nome letterario che evoca tenebrosi paesaggi tropicali - la discoteca per eccellenza di Phnom Penh. Visto che e' abbastanza presto e non siamo ancora adeguatamente preparati, decidiamo di ispezionare un altro locale lungo la strada. Ne scegliamo uno basandoci semplicemente sulla maggiore luminosita' dei neon. Dopo esserci seduti su degli alti sgabelli intorno ad un tavolino circolare veniamo subito accerchiati da un gruppo di ragazze dai modi molto espliciti: una mano sul pacco, l'altra chiusa a pugno vicino alla bocca a simulare... ehmm... sesso orale. "Slowly, slowly" ci dicono e con un movimento della testa indicano il piano superiore del locale. Scoppiamo in una rumorosa risata e ordiniamo due birre. Le ragazze, appena capiscono che non c'e' trippa, si spostano verso i nuovi avventori che nel frattempo sono entrati nel bar. Dopo un breve scambio di opinioni io e Rusty concludiamo che non esiste un locale a Phnom Penh senza ragazze "al lavoro".
E' l'ora dell' Heart of Darkness. Un scritta all'esterno del locale avverte: no drugs and guns allowed. Un meticoloso poliziotto privato mi fa depositare la borsa e custodisce, separatamente, il coltellino svizzero. All'interno si ripete una scena gia' vista: tanti occidentali, qualche ragazzo cambogiano, molte donne. Hip hop a palla. Si balla. Rusty inizia a scattare foto a destra e sinistra e viene subito ripreso da un buttafuori. Io mi infilo in un gruppo di ragazze e ballo con la piu' scatenata, che mi arriva si e no tra l'ombelico e l'ascella. Sembra una Missy Elliot in miniatura.
Dopo un po' ribecco Rusty al bar e, birre in mano, tentiamo una analisi del locale. Di che tipo sono le ragazze in questa discoteca? Oneste o lavoratrici? Non ci resta che provare e scoprirlo sulla nostra pelle. Rusty alza bandiera bianca dopo un'altra ora e si allontana; fissiamo una mezza punta per domani all'ora dell'aperitivo. Io insisto su Missy e in breve tempo mi trovo su un moto-taxi, a tre, in direzione dello squallor-ostello. Sono le 2 passate e questa notte non saro' l'unico a dormire poco. Mura di compensato...
Rene'

giovedì 13 marzo 2008

Seguendo la corrente

Ultima stazione in Laos: Si Pha Don, che si traduce in 4 thousand islands. Migliaia di isolette, alcune grandi poco piu' di un cespuglio, che ricoprono il tratto di Mekong al confine tra Laos e Cambogia. Sonnolento e' l'aggettivo giusto per questo posto, dove la maggior parte degli abitanti ha abbandonato la pesca per dedicarsi allo sfruttamento del turista. Come gia' vi raccontavo, qui si viene per non fare nulla: la parola d'ordine e' relax. Nel proprio bungalow in bambu', stretti nell'avvolgente abbraccio di una amaca, le giornate trascorrono lente come la corrente del Mekong, tra libri, pisolini, spinelli, birre e "happy" fruit shakes. Il momento clou, il climax, lo si raggiunge all'ora del tramonto, quando il sole si incastra tra due basse colline all'orizzonte, colorando prima di arancione e poi di un viola intenso un'ampia ansa del Mekong. E' allora che la mano passa da una ghiacciata bottiglia di Beerlao alla boccetta di spray anti-zanzare, in quello che e' uno dei pochi momenti di attivita' della giornata.
Chi vuole rompere il magico silenzio e la rilassata atmosfera di Si Pha Don si reca, dopo cena, al Sunset Bar, un locale che dovrebbe chiudere alle 22.30 ma che, in barba alla legge, abbassa le saracinesche all'uscita dell'ultimo cliente. E' qui che tra un Lao Mojito (distillato locale + menta) e una Beerlao incontro Stefan "the captain" simpatico quarantenne olandese che per 6 mesi all'anno pilota un traghetto lungo il Reno. Si sta godendo anche lui l'incantata atmosfera del posto ma si vede chiaramente che gli manca qualcosa. "Stefan, guarda che in termini di movida questo e' il massimo che puoi ottenere in Laos". Quando il livello alcolico si alza, i discorsi si incanalano verso un unico argomento: il sesso. "Rene', e' da 14 giorni che non sto con una donna, sto impazzendo!". Uellà, vecchio erotomane! Quando gli dico che e' da oltre 6 mesi che non vado con una tipa sbotta, "Nooooo! Non ci credo! Mi stai prendendo in giro! Ma come fai?". Semplicemente, gli spiego, non si è presentata l'occasione. Ai suoi occhi sono un alieno. Inizia quindi a raccontarmi le sue performance, quella volta che in Brasile la prostituta ha chiamato la polizia; in Colombia... wow, che donne; a Hanoi... hey, una diversa ogni sera. Ora pero' ha deciso che e' tempo di fermarsi e di prender moglie. "Sto andando verso le Filippine; li voglio trovare una ragazza che mi ami veramente, sposarla, vivere tra l'Olanda e le Filippine e poi trasferirmi li definitivamente. E' un posto bellissimo". Geniale, penso. Intanto un ragazzo si accosta al nostro tavolo spostando l'attenzione verso altri argomenti; c'e' una festa all'imbarcadero, un dj set, musica trance, cool.
Ci spostiamo li. Sulla piccola spiaggia c'e' anche un falo'. Bello. Una trentina di persone sta ballando, tra Mekong, sabbia e stelle. Il testosterone ha catturato anche l'ultimo neurone di Stefan che esclama "non ce la faccio piu', devo trovare una donna!". Lo sto perdendo... saluto e torno al mio bungalow.
L'indomani sono su un minibus diretto verso la Cambogia. Una signora italoamericana non la smette di parlare e sta tritando le palle a mezzo bus. Nel pomeriggio arrivo a Kratie, sempre lungo le sponde del Mekong, e le prime immagini che ho della Cambogia sono quelle di un piccolo paese abbastanza trascurato, sporco e, a tratti, degradato. Il confronto con il vicino settentrionale e' stridente: il Laos e' un giardino curato, una casa di legno dipinta in colori vivaci, il sorriso cordiale e la gentilezza della gente, la tranquillita' e il silenzio, l'assenza di traffico e inquinamento. Non ho ancora idea di come mi si presentera' il resto della Cambogia ma intanto quello che vedo sono cumuli di monnezza, vetri spaccati, cani randagi, edifici screpolati e motorini strombazzanti. L'unico punto in comune e' rappresentato dal placido e maestoso Mekong che, anche qui, si colora di magici riflessi dorati quando il giorno, lentamente, si trasforma in sera.
Rene'

lunedì 3 marzo 2008

I diari della motocicletta

Primo giorno. Pakse, Laos del sud. Affitto uno scooter per 4 giorni, un Suzuki 110cc, 4 marce, semiautomatico. Mi sento confidente. Ho voglia di esplorare questo pezzo di Laos.
Punto deciso verso il Bolaven Plateau, un altopiano dove si trovano coltivazioni di caffe' e piccoli villaggi. Appena abbandono Pakse, cittadina con un centinaio di migliaia di abitanti, la strada si fa via via meno trafficata. Il primo giorno, probabilmente perche' sono in pieno trip da neo-motociclista e carico di adrelina, attraverso tutto l'altopiano e finisco a Sekong; risultato: oltre 100km percorsi. Sono solo. Non e' una zona battuta da altri viaggiatori, probabilmente perche' bisogna dotarsi di un mezzo (auto o moto) per arrivarci. La mia serata finisce prestissimo; una volta calato il sole, la cittadina si e' fatta silenziosa; le strade buie e deserte. Al ristorante dove ho cenato il figlio della proprietaria e alcuni amici schiamazzano intorno alla tv: hanno intorno ai 10 anni e stanno facendo karaoke. Cerco di seguirli in alcune canzoni; si divertono e ridono prendendomi in giro.
Secondo giorno. La mattina successiva arrivo ad Attapeu e decido di fare una diversione verso il confine vietnamita. La strada e' totalmente deserta. Non deve essere un confine molto trafficato. La strada sale fino a raggiungere la cima di una collina. La vista e' spettacolare: giungla a perdita d'occhio. Emozionante. Non riesco pero' a raggiungere il confine - il mio obiettivo del giorno; sono gia' sotto la meta' del serbatoio e devo ancora tornare indietro ad Attapeu per la notte. Meglio non fare cazzate; non ho visto benzinai lungo il percorso e l'idea di pernottare in una giungla non mi entusiasma!



Attapeu e' come Sekong: tranquilla, tranquilla, tranquilla. A fatica trovo un ristorante aperto per la cena dove la cuoca e proprietaria si sta giostrando tra fornelli e allattamento del suo bimbo. Attacco bottone con una ragazza olandese e un signore belga che dice di vivere in Cambogia ma che non svela la sua professione. Enigmatico. Mangiamo bene e parliamo di massimi sistemi: global warming, il petrolio che prima o poi finira', il prossimo conflitto globale, le superpotenze del futuro... Lui e' chiaramente un complottista, convinto che nulla va dato per scontato, che c'e' sempre una seconda verita', celata tra fatti che sono sotto gli occhi di tutti. "Cosa pensi che facciano tutti questi americani in Laos? Servizi sociali? NGO? No! Sono agenti della CIA!". Piu' che darci certezze, solleva dubbi; le birre e il doppio whisky post-cena lo rendono vulcanico e io mi diverto a stuzzicarlo e provocarlo al momento giusto; lui abbocca: non vede l'ora di stupire e sconvolgerci.
Terzo giorno: mi muovo presto e raggiungo Pa'am. La strada e' sterrata e tosta; tanti piccoli sassi appuntiti che trasformano lo scooter in una trivellatrice. Massacrante. La cigliegina sulla torta e' il guado di un fiumiciattolo: tolgo le scarpe e guido la moto verso l'altra sponda, con i piedi nell'acqua, sui ciottoli, per mantenere l'equilibrio. Tutto ok.
Pa'am si trova lungo il sentiero di Ho Chi Minh, la strada che i vietnamiti utilizzavano per i rifornimenti e lo spostamento di truppe nel corso della guerra contro gli americani; un lungo corridoio che dal nord del Vietnam portava fino a sud, passando anche per Laos e Cambogia. Ci dovrebbero essere ancora molti UXO (ordigni inesplosi) sparsi tra i campi qua intorno. La mia attenzione viene pero' catturata da un lungo missile terra-aria di produzione russa, lungo una decina di metri e posto in mezzo al villaggio, poco distante dalla scuola! Non penso Pa'am veda molti stranieri, forse qualche impiegato di NGO. Gli sguardi esterrefatti e i saluti genuini dei locali, come sempre, mi fanno piacere.
Dopo un delizioso Lao Kafe' mi rimetto in marcia, supero il fiume, domo lo sterrato e punto su Paksong, al centro del Bolaven Plateau: la coffee-capital del Laos. E' una giornata ventosa e una volta giunto ai margini dell'altopiano la strada termina di salire; fermo la moto e assaporo il panorama: vasto, limpido, grandioso. Vengo scosso da una sensazione di appagamento; sorrido. Prima di giungere a Paksong attraverso piantagioni di caffe' e piccoli villaggi dove neri chicchi sono sparsi ad essiccare a bordo strada. Saluto i bambini che tornano da scuola e slalomeggio tra le profonde buche che tempestano questo tratto di strada asfaltata. Parcheggio la moto alla guesthouse e mi fiondo in bagno a scrostarmi la faccia impolverata.
Quarto giorno: il primo motivo di un viaggio nel Bolaven Plateau e' il caffe': delizioso. Finalmente un ottimo concentrato di caffeina: nero, denso, aromatico. Allieva la mancanza dei miei 5 espressi giornalieri italiani. Il secondo motivo sono le cascate: alte, burrascose e celate dalla giungla. Quasi senza volerlo mi trovo a piedi lungo uno stretto sentiero, in discesa, nella foresta, a una decina di km da Paksong. Sento il rumore pieno dell' acqua, ma non la vedo. Scorgo invece un serpentello che si allontana nel sottobosco. Sobbalzo. Continuo a scendere. Il frastuono aumenta. Infine scorgo la cascata, nascosta tra la fitta vegetazione. E' costituita da una serie di salti e io sono finito ai piedi di una piccola pozza, dove termina una cascata alta circa 3 metri. Fa molto caldo e la camminata mi ha fatto sudare. Non c'e' e non puo' esserci nessuno; troppo isolato. Mi svesto, resto in mutande, entro nella pozza e alzo le braccia: l'acqua mi sbatte forte sulle spalle; sembro Robert de Niro in Mission! La doccia e' goduriosa e il sole che successivamente mi scalda la pelle mi rida' nuova energia. E' il tonico per coprire gli ultimi 30km e riconsegnare, nel pomeriggio, la moto a Pakse.

Chiudo questa esperienza tra le abili mani di una massaggiatrice laotiana: 1 ora di herbal & oil massage. Mi chiede se sto bene. "Tutto ok?". Lei sorride e io ricambio, pensando ai miei 4 giorni, 380km e la liberta' data dalla moto: eccezionale.
Rene'

giovedì 28 febbraio 2008

Nuove foto!

Ciao a tutti.
Ho caricato foto relative al viaggio in Cina, Hong Kong, Macao e Vietnam. Nella sezione "Link" cliccate foto Flickr per visualizzarle. Enjoy!
Rene'

sabato 23 febbraio 2008

Cartoline dal Laos

Il paese dei fiumi

Il Laos non ha sbocchi sul mare, strizzato dalla Cina e dalla Thailandia a nord, dal Vietnam a est e dalla Cambogia a sud. Il territorio si modella lungo il corso del Mekong, fiume che non nasce ne' termina in Laos, ma che rappresenta l'arteria vitale nonche' una cruciale risorsa per il paese. Esaminado una cartina si nota subita che tutti i maggiori centri abitati si trovano lungo le sponde di un fiume.
Nel montagnoso nord, dove lo spostamento via terra e' ancora difficoltoso, a causa delle asperita' del terreno e dalla presenza di una fitta giungla, la popolazione vive e si sposta grazie ai fiumi. Alla mattina si sale in barca e ci si sposta verso un paese piu' grande, dove c'e' un mercato, una farmacia, un medico... insomma tutto quello che puo'mancare nelle aree piu' remote. Le strade, va detto, ci sono, ma il trasporto su ruota e' talvolta poco frequente e risulta quindi piu' facile organizzare un passaggio con un barcaiolo.
Scendendo verso sud il terreno si addolcisce e quasi tutto il trasporto avviene ora su strada. Le chiatte e i battelli cargo che una volta transitavano lungo il Mekong dal nord al sud del Laos sono stati soppiantati dai Tir e i tempi e i costi dei trasporti sono diminuiti. Cio' nonostante il fiume resta una importantissima risorsa; si pesca molto e alle bancarelle dei mercati il pesce fresco abbonda.



Appena giunto in Laos ho potuto provare l'ebbrezza del viaggio fluviale: 5 ore su una piccola e stretta barca, insieme ad altri 10 viaggiatori e alcune persone del posto, che trasportavano galline e uova da un paese all'altro. Ero diretto a Muang Noi Neua, un piccolo villaggio circondato da pinnacoli di roccia carsica, dove ho passato un capodanno al naturale: senza luce elettrica, telefono, stretto intorno ad un falo' insieme agli altri farang (stranieri) di passaggio in paese. E' stato duro tirare fino a mezzanotte e mezza... Poche case sparse lungo il fiume, una unica strada - sterrata - e una quantita' incredibile di galline, pulcini e cani. Non ho fatto nulla per 2 giorni, immerso nell'amaca a leggere libri, osservando di tanto in tanto il fiume e ascoltando i rumori, molto naturali, di questo tranquillissimo posto.
Ora che ci penso - e chiudo il capitolo fluviale - non c'e' stata una volta, nel corso di quasi 20 giorni di Laos, che non abbia dormito vicino ad un fiume!

Luang Prabang, la citta' dei monasteri

Slowly slowly, come si confa ad un viaggio in Laos, mi reco a Luang Prabang con 3 nuovi compagni di avventure: Armin, un'artista tedesco sulla cinquantina; Eddy, simpatico ragazzo inglese, ribattezzato Candido (da Voltaire) per la spontaneita' e ingenuita'; e Mathieu, giovane francese. Sono ben affiatiati e insieme hanno coniato un nuovo linguaggio, che chiamano esperanto, che mischia inglese, francese, tedesco e parole inventate di laotiano.
Luang Prabang con i suoi oltre 20mila abitanti e la citta' piu' importante del Laos settentrionale! E' molto bella, tranquilla e pulita, attraversata da vie dove edifici coloniali color pastello francesi si confondono con numerosi monasteri buddisti (Wat); e' una citta' sacra e i templi si contano a decine. Di giorno e' possibile passeggiare nei cortili dei monasteri e fermarsi a chiaccherare con i giovani novizi, intenti a studiare o a giocare a pallavolo con i piedi, utilizzando un pallone intrecciato di vimini.
Alla sera c'e' un'animato notturno e le vie intorno al Mekong si popolano di ambulanti che grigliano pesce e pollo. Come anche in Vietnam, abbondano le bancarelle che offrono croccanti e sifiziose baguette.
L'atmosfera e' pacifica e la citta' meriterebbe una sosta piu' lunga dei 3 giorni che mi concedo. L'Unesco l'ha dichiarata Patrimonio Culturale dell'Umanita'; nel centro storico vige il divieto di fumo e di utilizzo del clacson e l'unico frastuono proviene dai bambini che tornano a casa da scuola. Non ci sono condomini e palazzi moderni; qui si vive ancora nelle graziose e caratteristiche case di legno scuro, a 2 piani. Le strade principali sono asfaltate, mentre il resto e' sterrato.
Una sera, insieme a Mathieu ed Eddy, sono andato nell'unico locale aperto fino a tarda ora: il bowling! Chiude alle 3, mentre bar, disco e karaoke hanno obbligo di chiusura alle 23.30

Un poco di rumba

In Laos ci sono due posti che si sono guadagnati l'onore (o onere) di essere tappa fissa lungo la "rotta backpacker" sud-est asiatica: Vang Vieng e Si Pha Don, rispettivamente a nord e a sud del paese. Localita' incantevoli, piccoli villaggi caratterizzati da una natura spettacolare e dolcemente accarezzati dal corso di un fiume; scenici.
Vang Vieng, lungo le sponde del Nam Ou, e' il villaggio dove si fa tubing, cioe' si scende lungo la rapide di un fiume su una camera d'aria per camion. Lungo il percorso ci sono dei bar dove ci si puo' fermare, mangiare e bere a poco prezzo, e poi ripartire, con stomaci appesantiti e teste alleggerite. Ci sono anche dei trampolini e delle liane dove, volendo, si puo' imitare Tarzan e lanciarsi nel fiume.
A Si Pha Don invece si va per non fare nulla: cullati dall'amaca del proprio bungalow di bamboo si legge un libro, si fuma e si ammirano gli spettacolari tramonti sul Mekong.
Al contrario degli altri posti che ho visitato in Laos, che conservano ancora una propria identita', questi due villaggi hanno venduto l'anima e si sono sintonizzati sulla frequenza dei babckpackers.
Vang Vieng si e' inventata il tubing e Si Pha Don il chill out lungo il fiume. Qui tutto e' "happy" e per felice si intende la correzione con stupefacenti: pizza alla mariuana, the ai funghi allucinogeni, fruit shake alla maria-fungo-oppio. Ogni tanto si incrocia qualcuno che e' in fase tripping o ti racconta terribili postumi (cazzo, ho vomitato per 2 giorni!). La facilita' con cui ci si puo' procurare della droga piu' che impressionante e' strana. Mi chiedo, perche' tutto questo sballo? Visto che in nessuno dei due villaggi ci sono delle discoteche o dei party per consumare gli effetti e, come ovunque nel Laos rurale, la musica si spegne a mezzanotte. Ovviamente non tutto e' freaked out; tuttavia e' chiarissimo come questi villaggi vivano ormai esclusivamente di questo lucroso turismo.

Vientiane, la capitale piu' tranquilla del mondo...

...e forse anche la piu' piccola, con solo 200mila abitanti. E' il perfetto biglietto da visita di questo paese che conta poco piu' di 8 milioni di abitanti, contro gli 80 milioni del Vietnam, il miliardo e passa della Cina, i 15 milioni della Cambogia e i 65 della Thailandia.
Come anche nel resto del Laos, si ha subito la sensazione di essere in un posto pacifico e tranquillo. Pochi rumori, poco traffico, niente baldoria alla sera. Il pezzo forte della capitale e' il passeggio lungo il Mekong, meglio se fatto all'ora del tramonto, quando il colore del fiume passa dall'oro ad un viola intenso e le sponde si punteggiano di ristorantini a cielo aperto; un lunghissimo barbecue di pesce d'acqua dolce.
La tranquillita' della citta' si riflette sui volti delle persone: sorridenti, cordiali, gentili.
Di giorno faceva molto caldo e un pomeriggio sono quindi andato alla piscina comunale, lunga ben 15 metri per 10 di larghezza!
In citta' ci sono molti americani e si mormora facciano parte tutti della CIA, basata qui a spiare il gigante Cina. C'e' tuttora una zona del paese, a nord di Vientiane, che e' offlimits per gli stranieri, in quanto si trova la base (abbandonata?) della CIA da dove partivano le operazioni segrete nel corso della guerra del Vietnam.
Ma che posto e' il Laos? E' uno stato cuscinetto, schiacciato da vicini forti e ingombranti? Non lo so, non ho fatto in tempo ad approndire gli aspetti politici locali, ma e' sicuramente un posto particolare. Guardandoti in giro lo capisci. Dove sono le industrie che anneriscono i cieli di Cina e Vietnam? Non ci sono. Sara' per questo che mi sembra ancora tutto naturale, quasi intatto, e che con immenso piacere mi sento libero dalla soffocante stretta di traffico e aria inquinata.
La gente non parla, bisbiglia.
Silenzio, e' il Laos.

Rene'

martedì 19 febbraio 2008

Laos, a prima vista

L'atmosfera in questo remoto confine tra il Vietnam e il Laos e' molto scazzata; sono quasi le 13 e i doganieri hanno iniziato a grigliare del pesce e delle banane!
Non sono l'unico a dovere aspettare un passaggio verso il primo centro abitato laotiano. C'e' un minibus fermo nel piazzale della dogana e scopro essere quello partito alle 4.30 di mattina da Dien Bien, in Vietnam. Ci sono alcuni farang (stranieri, nella lingua locale) tra i passeggeri. Mi fermo a chiaccherare con Oackley, un americano, che mi spiega che sono fermi ormai da oltre 6 ore: pare che il guidatore del minibus non abbia soldi a sufficienza per pagare le tasse (o mazzette?) doganali sulla merce che sta trasportando. Il nervosismo dei viaggiatori bloccati si e' ormai trasformato in sconsolata rassegnazione.
Intanto sopraggiunge il camion che avevo superato lungo la strada verso il confine. E' la mia occasione! Contratto un passaggio fino a Muang Khua (60km da qui) per 10 dollari.
Dalla mia posizione privilegiata in cabina di guida osservo verdi creste di colline che si perdono in lontananza. La strada e' un dolce saliscendi che segue le asperita' del terreno. Siamo su uno sterrato e, come sul lato vietnamita, il traffico e' praticamente assente. L'attraversamento di un piccolo fiume da ai camionisti l'occasione per una breve sosta con successivo lavaggio dell' automezzo.
Superiamo una serie di minuscoli villaggi, sperduti nella foresta, e la prima cosa che noto e che non ci sono praticamente costruzioni di cemento. Le case sono tutte in legno, piccoline; alcune si reggono su sottili palafitte. La strada una volta in mezzo al paese si trasforma in un'ara dove razzolano galline, oche, anatre e pulcini, mentre cani e gruppi di piccoli scuri maialini si rincorrono giocosamente. Cio' non sembra sia una ragione sufficiente a rallentare la corsa del nostro camion. Gli animali, spaventati, fuggono all'impazzata e alcuni volatili si immolano coraggiosamente sotto le ruote del camion e io non riesco a capire i motivi del folle gesto; perche' non allontanarsi dalla fonte del pericolo? E' come scegliere di attraversare di corsa un fuoco pur avendo la possibilita' di passarci intorno.
Dopo 2 ore e mezza arriviamo a Muang Khua, il primo centro abitato di una certa importanza in questa montagnosa fetta di Laos nord orientale. Avra' si e no un migliaio di abitanti, tutti concentrati lungo le sponde di un fiume che accarezza dolcemente le pareti di verdi colline. Il centro nevralgico del paese sembra essere il traghetto - poco piu' di una zattera di legno - che collega le due sponde e si muove grazie alla spinta, esercitata su un lato, da un arrugginito scafo a motore.
Si e' fatta presto sera e dalla terrazza della mia guesthouse inizio a famigliarizzare con gli elementi che saranno una costante del mio viaggio in Laos: tranquillita' e silenzio. Una assoluta mancanza di rumore che per me e' una sensazione totalmente nuova, dopo mesi passati in paesi ad alto tasso sonoro come India, Cina e Vietnam.
A Muang Khua la corrente elettrica c'e' solo dalle 17.30 alle 21.30, grazie al generatore comunale; i cellulari non funzionano; non ci sono bar o ristoranti aperti fino a tarda ora; non ci sono motorini strombazzanti; non ci sono capannelli di persone che indugiano a bordo strada.
Quando la luce artificiale viene meno si vive intorno al lume di una candela che ben presto si spegne, risucchiata dalla nera e profonda notte laotiana.
Rene’