mercoledì 30 gennaio 2008

Macau, la Las Vegas d'Asia

Faccio tappa a Macau, la capitale dell'azzardo in Asia. Una citta' che ha gia' superato la sua controparte americana - Las Vegas - quanto a profittabilita' del tavolo verde.
Macau e' diversa da Hong Kong. E' una ex colonia portoghese con un centro storico, che a Hong Kong e' scomparso, che presenta ancora molti edifici del passato e una serie di chiese cattoliche molto belle, dipinte in toni vivaci e caldi. Gran parte della citta' e' costituita da case a non piu' di 3 o 4 piani il che e' una gradevola variazione dopo settimane passate tra i palazzoni cinesi; purtroppo, a parte la zona dove si trovano le chiese, la citta' e parecchio grigia, sporca, inquinata e manca, rispetto alla vicina Hong Kong, di un adeguato sistema di trasporto pubblico. Io alloggio nel centro storico in una ex "casa chiusa" che di chiuso conserva ancora le tapparelle rosse e le camere modello celle, separate da sottili mura di compensato laccato verde. Potrebbe essere un posto con un languido fascino decadente, non fosse per i gestori cinesi che non parlano inglese e si comportano in modo abbastanza scortese.
Macau e' letteralmente invasa, soprattutto nel corso del fine settimana, da orde di cinesi in cerca del colpo grosso. I casinò, con la caduta del monopolio e dopo l'ingresso delle multinazionali americane, spuntano come funghi. Intere zone della citta' sono devote al gioco d'azzardo e anche qui, come a Vegas, e' in atto la costruzione di una "Strip" che un giorno potrebbe addirittura superare l'omologa via statunitense.
Dopo avere esplorato le vestigia coloniali portoghesi mi tuffo quindi nella
visita dei templi del gioco, attivita' per lo piu' tardo pomeridiana e serale. Ho girato tutti quegli piu' importanti e devo dire che ognuno di essi e', in un certo modo, unico. Sand's e' un enorme parallelepipedo di cristallo, 5 piani di tavoli e un enorme atrio centrale che buca, in altezza, almeno 3 piani. L'MGM, che apriva proprio in quei giorni (18 dicembre, per la precisione), ha un'aria barocca, datadall'abbondanza di enormi lampadari di cristallo. Wynn si fa notare soprattutto per la presenza delle boutique di tutte le maggiori griffe della moda, oltre che di una concessionaria Ferrari. Ma veniamo alla ciliegia sulla torta; vermanente ce ne sono due e rappresentano gli antipodi o meglio, i poli, del gioco d'azzardo nell' ex colonia: il Gran Lisboa, di proprietà del cinese Stanley Ho, l'imperatore di Macau, e il Venetian, dell'americana Sands.
Il Gran Lisboa e' un incredibile grattacielo di cristallo a forma di fiore, con giganteschi petali che sfidano le leggi della fisica e un pistillo ancora in fase di costruzione. Di notte, le migliaia di piccole luci e neon che punteggiano la costruzione cambiano colore senza sosta mentre enormi fascie di potente luce bianca danzano intorno alla struttura, chiaramente visibile da ogni angolo dell'isola di Macau. Il Venetian invece sorge su un pezzo di terra strappato al mare tra le isole di Taipa e Coloane. Come suggerisce il nome e' una ricostruzione di Venezia con tanto di Palazzo Ducale, Campanile e Ponte di Rialto. Intorno agli edifici veneziani c'e' un bacino d'acqua dove i gondolieri abbozzano strofe di O'Sole Mio sotto gli sguardi di cinesi estasiati. Inciso:
chiunque abbia sembianze occidentali o europee si puo' candidare per la posizione di gondoliera; non occorre particolare destrezza in quanto le gondole sono ancorate al fondale e si muovono lungo un tragitto, sottomarino, prefissato; e' gradita ad ogni modo la conoscenza di almeno una canzone in lingua italiana. Il Venetian e' chiaramente una attrazione turistica e vuole replicare quello che e' il modello americano del gioco d'azzardo: un viaggio in famiglia dove la mamma fa shopping, i bambini si divertono a esplorare la Venezia ricostruita, assistono agli spettacoli di magia e si godono il Luna Park mentre i loro papa' bruciano i risparmi. La componente "intrattenimento", parte importante e caratteristica del Venetian e' assente o scarsamente percepibile negli altri casino'. Anche se il Gran Lisboa promette uno show di danze sul ghiaccio con la prima nevicata, vera, della storia di Macau, il resto degli show sono dozzinali e scadono nel banale. Faccio un esempio: un palcoscenico fiancheggia una grande sala di gioco al Lisboa; una ballerina in perizoma e reggiseno, dalla pelle chiara e inconfondibilmente est europea, si attorciglia ad un palo seguendo il ritmo di una canzone di Shakira. Questo, che dalle nostre parti creerebbe uno spontaneo moto verso il palco e sguardi fissi sulle curve della tipa, lascia assolutamente impassibili i cinesi che restano piegati sui tavoli, occhi fissi sulle carte e sigaretta che pende dalle labbre. La performance si conclude nell' indifferenza generale e solo da un angolo del bancone bar, proprio sotto il palco, provengono alcuni gridolini e applausi di approvazione, in gran parte dovuti all'animosita' di un gruppo di indiani.
Nel corso di una serata, mentre sono in caccia di qualcosa da mettere sotto i denti, mi imbatto nel Gran Buffet del Lisboa. Il ristorante, che occupa gran parte del sesto piano del casino', mi colpisce subito: passeggiando lungo la sala costeggio un lungo, lunghissimo buffet, di almeno 30m. Dietro le quinte, abili chef sfornano pietanze da ogni parte del mondo: c'e' la zona giapponese, con freschissimi sushi e sashimi; quella indiana, ricca di curry e speziati stufati; quella thai, un trionfo di frutti di mare e tagliolini fritti; un mongolian barbecue; e ovviamente non manca l'area cinese con specialita' da ogni angolo del paese e un grande acquario dove vispi gamberoni attendono di passare in un bollente pentolon. Ma e' la zona antipasti quella che mi colpisce, con prodotti dei quali avevo dimenticato l'esistenza come, baguettes, crostini, grissini, insalata di mare, insalata di pollo, salame, bresaola e prosciutto crudo. Alla vista delle graziose, tenere, splendide, rosette di crudo, disposte in modo cosi invitante su un lungo vassoio di cristallo, ho avuto un mancamento e, quando poco oltre mi casca l'occhio su una fontana di 3 piani eruttante cioccolato fuso... ragazzi... non c'ho visto piu'! Branco il primo cameriere che mi capita a tiro e gli dico che voglio, devo, mangiare qui, subito. Appena mi consegna il piatto mi fiondo sul buffet; e' questo l'inizio di innumerevoli giri che terminano solo verso le 22.30 quando mi informano che il ristorante sta per chiudere. "Aspetti, mi faccia tuffare un ultimo spiedino di frutta sotto la fontana di cioccolato" imploro il cameriere che mi sta consegnando il conto. 23 euro! Quanto il mio budget giornaliero di viaggio. Ma, si sa, al Crudo non si comanda.
Rene'

mercoledì 23 gennaio 2008

Le mille luci di Hong Kong

Ancora treni. Da Zhengzhou fino a Hong Kong, destinazione finale, passano si e no 20 ore e tre cambi: treno notturno, espresso locale e infine metropolitana. Quando riemergo in superficie vengo travolto dalla vorticosa Hong Kong. Sono sbucato a Times Square e intorno a me e' un tripudio di negozi, vetrine, addobbi natalizi, auto di lusso, musica e luci. Inizio a togliermi qualche indumento; sono ancora troppo vestito. Solo ieri ero nel freddo inverno della Cina centro-orientale mentre qui ci saranno si e no 25 gradi. Con la mia tenuta da "backpacker" - zaino e zainetto, pantaloni cargo e camicia stropicciata - faccio da mosca bianca in mezzo a colletti bianchi vestiti in giacca e cravatta e raffinate signore appensantite da borse per lo shopping. Ai piedi di un grattacielo attendo di ricevere da Wai Man, la ragazza di Giovanni, le chiavi del mio appartamento.
Si, ho una casa tutta mia! Merito di Giovanni, amico e ex collega di lavoro, che si e' trasferito a Hong Kong da poco piu' di 1 anno. L'appartamento in questione dovrebbe essere quello della sua ragazza ma, visto che convivono, risulta sfitto. In 35 metri quadri c'e' tutto quello che serve: una luminosa e stretta cucina, provvista di lavatrice; un soggiorno con tv, impianto stereo e un angolo per un tavolo e 4 sedie; un bagno e la camera da letto. Come fanno a starci tutte queste cose in 35 metri quadrati? Chiedere ai designer delle case scafandro targate IKEA. Intanto butto i panni zozzi in lavatrice e faccio partire la macchina.
Dire che Hong Kong e' una citta' vertiginosa e' troppo facile; chiamiamola allora "da torcicollo", che e' quello che sta per venire a me perche' continuo sempre a camminare con lo sguardo per aria. Non riesco a resistere alle pazze geometrie delle decine di grattacieli che, da Downtown, si spingono in su, lungo i fianchi di una collina, fino alle altezze di Mid Level. Sara' perche' ognuno vuole avere una vista su qualcosa che non esiste un edificio con meno di 30 piani?

Nel quartiere finanziario, dove i palazzi toccano il cielo, i pedoni possono camminare al primo piano. Molti edifici sono collegati tra loro da passarelle e ponti che scavalcano le vie piu' trafficate delle citta'. Orientarsi e' facile: le indicazioni sono in inglese ed e' un gioco da ragazzi scendere al momento e nel punto giusto. E, quando le strade iniziano a salire, seguendo i pendii di Victoria Peak, ecco partire una serie di scale mobili (le piu' lunghe al mondo!) che portano fino ai piani alti della citta'. Fantastico.

Incontro Giovanni la sera del primo giorno, all' ippodromo, che, tanto per cambiare, si trova in mezzo alla citta' ed e' circondato da grattacieli. Incredibile. Sembra di stare in mezzo a un videogioco. Trascinato dall'euforia della folla inizio a scommettere. Non vinco nulla, ma assistere ai cavalli che ti sfrecciano sotto il naso e' molto divertente.
Hong Kong e' una citta' che induce a spendere, consumare. Non c'e' un angolo senza un negozio, una boutique, un ristorante, un pub, un fast food. A SoHo, il quartiere dei ristoranti, potresti fare il giro del mondo, culinario, in un km quadrato. Poi ci sono i centri commerciali di Causeway Bay e di Central, dove tutto luccica, i gingles natalizi abbondano, una bionda di 30 metri in lingerie ti scruta dal fianco di un palazzo e i cartelloni pubblicitari si illuminano e parlano al tuo passaggio.
A Hong Kong non riesco a dormire piu' di 6 ore a notte. Non so cosa mi succede. C'e' troppa energia, troppa vita. Quando il giorno si spegne e migliaia di luci e neon trasformano i grattacieli della citta' nelle colorate candele di una gigantesta torta nuziale, le gente, dagli uffici, si riversa a fiumi a Lan Kwai Fon dove inizia e si consuma una lunga "happy night". Giovanni mi traghetta sicuro tra le acque agitate di un venerdi sera. Dopo un warm up a base di birra e musica latinoamericana, in un locale caraibico, ci spostiamo a Wan Chai, un quartiere degno, anni fa, di apparire nei piu' violenti action movies asiatici a base di malavita, donne, droga e bische clandestine. Tampinati dallo spettro di Bruce Lee facciamo due salti al Mes Amis prima di calarci nel torbido buio di un locale del quale non ricordo assolutamente il nome. Una band sta suonando dal vivo i brani hip hop piu' famosi del momento. Il bar rettangolare, al centro della sala, magnetizza una schiera di prosperose e succinte bellezze asiatiche in attesa di essere abbordate da una folta squadra di maschi bianchi di ogni eta'. Diciamo che siamo in una discoteca un po' diversa dal solito, dove non si va molto per il sottile. Veniamo ben presto fermati da due tipe che si spacciano per colombiane, salvo capitolare subito al nostro primo accenno di conversazione in spagnolo: fasulle! Passiamo oltre e ci buttiamo in pista dove un gruppo di filippine sta ballando in modo esagitato. Assecondiamo il loro ritmo fino a quando, provati dalla eccessiva calura del locale, ripiegiamo nuovamente verso la zona bar, punto di osservazione privilegiato dell' andirivieni di questo locale, dove si entra soli e molto spesso si esce accompagnati. Beviamo ancora qualche birra prima di chiudere questa lunga serata. All'uscita della disco respingiamo un paio di prostitute che vogliono assolutamente condividere il nostro taxi. No way, ragazze.

Hong Kong e' una citta' caleidoscopica: ha i grattacieli di New York, cerca di essere cool come Londra e allo stesso tempo mostra il suo volto inconfondibilmente asiatico. Un mix sconvolgente. L'aria e' fresca e frizzante come in ogni citta' di mare. Gia', il mare. E' la prima volta che lo vedo, dopo oltre 5 mesi di viaggio a zigo-zago per l'Asia. E' un momento importante: ho raggiunto la costa orientale del mondo!

5 giorni a Hong Kong. 5 giorni che finiscono cosi come sono cominciati: con il naso per aria; questa volta ad ammirare, sul molo di Kowloon, di fronte a Hong Kong Island, il laser show che alle otto di ogni sera trasforma i grattacieli di questa citta' in un immenso flipperone. Great.

Rene'

giovedì 3 gennaio 2008

Una giornata cinese

Arrivo a Zhengzhou nel cuore della notte, ore 3. Decido di sistemarmi in un albergo di fronte alla stazione dei treni: scelta facile e ovvia. Il primo albergo che ispeziono ha esaurito le camere singole a prezzi economici. Cerco altrove. Un piccolo cinese con un pastrano piu' grande di lui mi ferma in piazza e mi dirige su per le scale di un edificio. Al primo piano, piu' che ad una reception mi trovo di fronte al bancone di un bar dove alcune persone bevono birra. Nessuno parla inglese; cerco di farmi capire e mimo che devo dormire. Mi portano in una stanza con 4 letti e una grande televisione. Per 60 yuan (6 euro) e' tutta mia. Non male, penserete, invece no! Il letto e' un asse di legno sul quale e' poggiato un micro materasso. Monastico.

Un soggiorno particolare

L'albergo si sviluppa tutto al primo piano di un alto condominio. Il lungo corridoio, bianco e lucente, ricorda la corsia di un ospedale. Su entrambi i lati le camere sono divise da sottili muri che non arrivano fino al soffitto; si fermano una ventina di centimetri prima, facendo somigliare la serie di camere alle celle di un alveare. Alle pareti sono appese foto di donne nude in pose sensuali. Non mi faccio troppe domande e mi infilo sotto le coperte. Sono stanchissimo.
La mattina successiva la prima immagine che mi riserva la giornata e' quella di un cinese intento a cagare, con una sigaretta in bocca, accovacciato su una turca. Sobbalzo dalla sorpresa. Quando ho aperto la porta del bagno (comune) non mi aspettavo certo un tale spettacolo. Invece del solito anti-bagno con lavandini e specchi mi trovo di fronte a due turche senza alcuna porta o muro di separazione tra di loro! Esco di scatto e mi avvio verso le doccie.
Scosto uno spesso telone di plastica e mi ritrovo in un grosso stanzone: al centro ci sono due enormi vasche da bagno, piene di acqua bollente, che potranno ospitare si e no una decina di persone alla volta. In un angolo della stanza c'e' una sauna di legno e lungo una parete una fila di doccie. Al centro, accanto alle vasche, ci sono due lettini per i massaggi. Tra i vapori e la condensa scorgo corpi nudi di cinesi che entrano e escono dalle vasche.
Mi spoglio e mi butto in una delle vascone, tra gli sguardi stupefatti dei cinesi e alcuni "good morning" pronunciati in tono ironico. L'acqua bollente e' una meraviglia, dopo 10 giorni di gelido Tibet. Benvenuto in Cina!
Uscito dal bagno collettivo e di ritorno verso la mia camera, scorgo un'altra grande stanza che fa da dormitorio. Ci saranno almeno due file da 10 letti e ci sono ancora parecchi cinesi in pigiama che dormono o giocano a carte in gruppi di 4.
La domanda che mi pongo e': ma dove diavolo sono finito? La risposta? Non lo sapro' mai! Non potendo leggere i caratteri in cinese dell' insegna, la cosa restera' per me sempre un mistero: albergo a ore? Diurno? Bordello? Mah... La clientela era unicamente maschile e l'ambiente molto comune e informale!


Kung Fu fighting

Vicino a Zhengzhou sorge lo Shaolin Temple, ragione per la quale ho deciso di fermarmi in questa citta' lungo il mio percorso dal Tibet a Hong Kong. Il tempio e' famoso perche' qui e' nata l'arte marziale del Kung Fu. E' una visita interessante, culminata da una dimostrazione di atletici monaci guerrieri.
Sul pullman verso il tempio conosco un signore cinese che parla abbastanza bene l'inglese. Dice di chiamarsi Morris e mi fara' da Cicerone nel corso dell'escursione.
Tornati a Zhengzhou nel tardo pomeriggio Morris mi chiede se sono interessato a visitare, l'indomani, Kaifeng. Dico di si (era, di fatto, nei miei piani). Insieme ad un altro reduce dell'escursione al Tempio Shaolin decidiamo per la visita a Kaifeng e chiudiamo la giornata con una cena.


Prelibatezze cinesi

Accetto di buon grado: mi evito la decifrazione del menu in cinese e lascio agli altri l'onere di scegliere le pietanze. Iniziamo brindando con un potente liquore di riso da 53 gradi! Riesco, con difficolta', a farmene dare solo meta' bicchiere. In testa risuona subito il campanello di allarme: evitare di ripetere la serata alcolica con i tassisti kirghisi.
Arriva il cibo: tra un piatto di pollo sminuzzato con peperoni e una insalata di cavoli e soya troneggiano due grossi pentoloni ripieni di zuppa colore marrone scuro. In uno navigano i pezzi di un enorme pesce: la pinna spunta come la punta di un iceberg in mezzo a un mare di peperoncini e i miei due nuovi amici cinesi si fiondano subito sui pezzi della testa, divisa a meta', del pesce: una prelibatezza! Pesco alcuni frammenti anche io e mangio piano, cercando di non soffocarmi con le lische. E' piccantissimo! Il cuoco e' andato giu' pesante: peperoncini a manciate; c'ha buttato una piantagione intera! Anche Morris e' in chiara difficolta': come me, tossisce e si soffia il naso in continuazione. Si giustifica dicendo che nella provincia da dove proviene non mangiano cosi piccante.
Passo al secondo pentolon dove galleggiano pezzi di carne molto scura e di consistenza spugnosa. Chiedo a Morris di spiegarmi cosa sto per mangiare. Risponde che e' "something inside the pig". Mmmmhhh. Descrizione insufficiente! Mi faccio coraggio e addento. Il sapore non e' cattivo ma e' troppo piccante. Anche qui, un delirio di peperoncini. Tra alcol e cibo mi ritrovo le pareti della gola in fiamme.
Ripiego sullo sminuzzato di pollo che, essendo meno piccante, finisco quasi tutto io. Morris mi chiede se voglio qualcos'altro. No no no. "Bene cosi", rispondo, mentre mi asciugo le gocce di sudore sulla fronte. Poi i miei due nuovi amici pagano la cena e mi riportano in taxi all' "albergo comune".
Che giornata, tra albergo e ristorante un vero e proprio shock culturale. Divertente pero'!
L'indomani con Morris, che continua imperterrito a chiamarmi Prene' (perche' quella P in eccesso?) visitiamo Kaifeng, a una cinquantina di km da Zhengzhou e cementiamo il nostro sodalizio con un'altro pranzo insieme.

Kaifeng e' sicuramente piu' interessante di Zhengzhou: ci sono piu' vestigia del passato da visitare: monumenti che hanno resistito ad un restauro "make-up" e alla furia devastatrice dei bulldozer cinesi.
Saluto Morris, che ritorna a Zhengzhou, mentre io resto ancora una giornata a passeggiare per i quartieri storici e i vivaci mercati notturni di Kaifeng.
Rene'

giovedì 27 dicembre 2007

Il super treno

E' arrivato il momento di prendere il treno e di portarsi verso la Cina Orientale. Alle mie spalle lascio gli splendidi e selvaggi paesaggi tibetani, cieli limpidi e puliti come probabilmente non ne ho mai visti, cime maestose e un popolo sorridente, pittoresco nei costumi e ospitale. Nelle mie narici avverto ancora il forte odore delle candele di burro di yak, quel particolare aroma che si insinua e permea ogni angolo e stanza di un monastero tibetano. Sto per abbandonare la tranquillita' delle montagne per fare spazio al rumore e alla frenesia della citta' cinese.
Da novembre 2006 la ferrovia ha raggiunto il Tibet. E' un miracolo ingegneristico, interamente cinese. Pensate che il treno, prima di arrivare a Lhasa, a 3600m di quota, raggiunge altezze oltre i 5000m e viaggia su uno strato di terra perennemente ghiacciato (permafrost).

La stazione di Lhasa e' nuovissima, bianca e lucida, e ricorda vagamente il Potala Palace. La prossima tappa del mio viaggio e' Zhengzhou, Cina centro-orientale. Dal Tibet sono 40 ore di treno. Ieri pomeriggio ho fatto provviste e parto equipaggiato con: bottiglione da 1,5 litri di acqua, 1 bevanda al latte multivitaminica, 2 bricks di the freddo, 1 brick di latte al cioccolato, the e caffe' istantaneo, 2 confezioni di biscotti al cioccolato, 2 plum cake, 2 snickers e 4 zuppe di instant noodles. Dovrebbe bastare...

Il treno parte puntuale alle 10 di mattina, con capolinea Shanghai; e' decisamente affollato: io sono in una cuccetta da 6 con altri 5 compagni di viaggio cinesi.

Le prime 6 ore sono spettacolari. Si percorre un'ampia vallata a oltre 4000m; alla nostra sinistra costeggiamo ad un certo punto una montagna innevata alta oltre 7000m. I villaggi lungo le rotaie sono piccoli e molto distanti l'uno dall'altro. Ogni tanto si scorge una mandria di yak al pascolo su campi gialli e spelacchiati. Tutti i viaggiatori, me compreso, hanno la faccia attaccata al finestrino. Impossibile perdersi anche un solo minuto di questo spettacolo. Man mano che il treno sale di quota, l'erba lascia spazio alla neve. Stiamo percorrendo un vasto, immenso, altopiano bianco; in lontanza si scorge la sagoma frastagliata di una catena montuosa. E' incredibile come a quasi 5000m di quota ci possa essere uno spazio pianeggiante di tale ampiezza; uno si aspetterebbe di essere sulla punta di una montagna...




I vagoni del treno sono equipaggiati con bombole di ossigeno, in caso qualche passeggero mostri i segni del mal di montagna e abbia difficolta' respiratorie.

Mentre all'interno, lungo i corridoi, si avverte chiaramente lo slurp slurp delle zuppe istantanee, all'esterno il Tibet da il meglio di se. Immagini che si imprimono indelebilmente sulle retine dei viaggiatori.

Una voce registrata racconta le fasi della costruzione della ferrovia e, in inglese, ricorda i primati di questo prodigio: 5100m, il punto piu' alto al mondo raggiunto da un treno; 5000m, la galleria ferroviaria piu' alta. Eccezionale, la Cina stupisce sempre. Quando la narrazione si interrompe parte sempre la stessa cassetta musicale: cover, in cinese, di canzoni inglesi; riconosco brani di Pink, Rod Stewart e anche il ritornello di Fra Martino Campanaro!

Al termine della prima nottata il treno ha ormai lasciato il Tibet e si appresta a percorrere le pianure della Cina Centrale. Nottetempo siamo scesi bruscamente di quota e ora saremo intorno a 2000m. I paesaggi si fanno meno interessanti e passo tutto il tempo a leggere o a sonnecchiare, disteso sul letto. Esaurisco le provviste e per cena mi affido a quanto propone il vagone ristorante: riso in bianco con manzo e verdure in salsa di soya: non male. Mi faccio poi un caffe' e ritorno a letto a leggere, in attesa di prender sonno. Prima di addormentarmi definitivamente preparo lo zaino in modo da essere pronto per lo sbarco nel cuore della notte. Il treno giunge puntuale a Zhengzhou, alle 2.50

Rene'

domenica 23 dicembre 2007

Sette giorni in Tibet (2)

Quarto giorno

Dopo Shigatse, copriamo un altro breve tratto in macchina e arriviamo a Gyatse, piccola cittadina sulla via verso Lhasa. Qui visitiamo un monastero con una stupa molto interessante e soprattutto molto grande. La stupa e' un edificio sacro buddista che solitamente contiene le spoglie di monaci famosi e venerati (es. i Lama).
La stupa di Gyatse e' un impressionante conoide di 9 piani, interamente dipinto di candido bianco con in cima un pinnacolo dorato. All'interno della stupa, su ogni piano, si trovano delle stanze dove sono state posizionate statue di divinita'. Saliamo fino all' ultimo piano, con il fiatone, per godere di una ottima vista del paese e dell'ampia vallata. Dall'alto osserviamo i fedeli percorrere in senso orario il perimetro della stupa.
In serata, altra mano di poker che stavolta va ad una novizia danese che dice di giocare per la prima volta (ci crediamo?). Io perdo l'intera posta giocata.

Quinto giorno

E' la prima volta che ci svegliamo veramente presto. Alle 7.15 siamo gia' in strada per percorrere il tratto finale, destinazione Lhasa. C'e' da scollinare un passo a 4700m. Giunti alla sommita' fa ancora troppo freddo (siamo sicuramente sotto zero) e nessuno si azzarda a restare fuori dall' auto per piu' di 2 minuti. Giusto il tempo di scattare la foto di rito!
Lo stop successivo e' piu' piacevole e avviene verso le 11 di mattina. Siamo in cima ad un colle e sotto di noi la vista spazia su un lago di un colore blu incredibile. Intorno a noi si crea un gruppetto di venditori di souvenir tibetani che tentano invano di appiopparci una serie di ninnoli. Io e Matt, per scaldarci, saltiamo a perdifiato attorno ai tibetani esterefatti e immobili.
Ed eccoci a Lhasa, la mitica e tanto desiderata capitale del Tibet. Per molti del nostro gruppo e' un piccolo shock e forse c'e' anche un pizzico di delusione: la citta' piu' sacra dei tibetani e' infatti solamente un poco differente da quella che puo' essere una normale cittadina cinese nell'anno 2007. Intorno al Barkhor, il tempio piu' importante di Lhasa, resiste ancora un bel nucleo di case storiche, visibilmente minacciato dalla morsa dei lucenti e piastrellati palazzi multipiano cinesi, dai ristoranti per turisti, negozi di souvenir, boutique e fast foods. E' il vorticoso progresso in atto in Cina che si riflette anche quassu', nel remoto Tibet.
Oggi abbiamo il pomeriggio libero e molti ne approfittano per visitare il centro storico. Io sono in preda di un pesante attacco di cagarella, diagnosticato, insieme a David, come Giardia. Sintomi? Frequenti rutti al sapore di uovo marcio, eccesso di gas, stomaco e intestino gorgogliante. Prendo una dose di pillole e passo il pomeriggio in camera a leggere, sonnecchiare e guardare la tv. In serata sto gia' meglio, ma non mi avventuro in pericolose sperimentazioni gastronomiche.

Sesto giorno

Sto ottimamente: il pillolone deve avere fatto il suo dovere e ucciso il battere intruso. Non bene, invece, sta la ragazza danese che, dal primo giorno del viaggio, si porta dietro i sintomi del mal di montagna. La situazione e' peggiorata e si rende necessario il ricovero all' ospedale militare di Lhasa. L'unico rimedio, per lei, e' quello di scendere di quota. Cosa che verra' fatta, dopo due giorni, con un volo aereo verso la Cina.
Dopo una mattinata in liberta' ci ritroviamo con la nostra guida di fronte al Barkhor, il tempio buddista piu' importante di Lhasa. Rispetto agli altri templi visitati in Tibet questo, seppur architettonicamente molto bello, e' "freddo", senza vita. Non incontriamo o vediamo monaci che pregano o cantano. Quei pochi che avvistiamo pare abbiano piu' una funzione di controllo del flusso turistico e sono impegnati a smanettare sul cellulare. La nostra guida ci dice che questi monaci sono finti, spie del governo cinese! "All' interno del tempio" - continua - "e' assolutamente vietato parlare di politica" e con una mano ci indica una telecamera a circuito chiuso. Per chi si oppone alle politiche del governo di Pechino il passo verso la detenzione e' molto breve. Per noi e' comunque difficile capire, nel corso di questa breve visita in Tibet, quanto sia effettivamente stringente la morsa di Pechino e come questa si esplichi sui tibetani, la loro cultura e la loro terra.

Settimo giorno

In mattinata e' prevista la visita al Potala Palace, ex-residenza dell'ultimo Dalai Lama. E' certamente l'highlight del nostro Tibet trip. Il palazzo troneggia in cima ad una collina ed e' veramente maestoso; al suo interno si possono contare, tra sale e stanze, fino a 1000 camere.
Terminata la salita a zigo-zago verso l'ingresso e, ripreso fiato, ci apprestiamo a esplorare la parte aperta al pubblico (meno del 10% dell' intera struttura). Visitiamo, una dopo l'altra, stanze grandiose, con bellissime statue dorate, mobili finemente intarsiati e enormi stupe che contengono i resti di alcuni dei piu' famosi Lama tibetani. Il flusso di fedeli e' incessante. In ogni stanza i pellegrini lasciano una donazione di qualche centesimo e alimentano le lampade a olio con il burro di yak che si sono portati appresso per la visita. Questo colorato e folkloristico fiume di tibetani ci accompagna fino all' uscita e poi ai piedi della collina, dove inizia il percorso delle ruote di preghiera, che cinge tutto il perimetro del Potala. L'unica nota stonata di questa mattinata molto intensa e affascinante e il monumento che i cinesi hanno eretto nella piazza antistante al Potala, un gigantesco pisellone grigio di cemento.



A cena e' tempo di saluti e di scambio di email. Meta' del gruppo tornera' domani in aereo a Kathmandu. Gli altri (tra i quali ci sono io) sono ora di liberi di muoversi in terra tibetana, chi verso la Cina, chi verso il Nepal. Per chiudere al meglio il tour decidamo di andare in una discoteca tibetana che si rivela essere un teatro sul quale palcoscenico si alternano cantanti e gruppi di ballerini. Le performace migliori vengono premiate dal pubblico con lancio di pezzi di stoffa (lunghe sciarpe bianche) sul palco. Il pubblico in sala e' disposto intorno a rotondi tavoli ricoperti di lattine di birra. Anche noi ci adeguiamo, prendendo comodamente posto, per assistere a questo particolare spettacolo.

Chiusura

Terminato il tour resto ancora per due giorni interi in Tibet. Continua a fare freddo. Niente di cui meravigliarsi: dopotutto e' inverno e mi trovo a 3600m di quota. L'unico momento in cui ho veramente caldo e' quando sono sotto le coperte e aziono il riscaldamento naturale (avete capito...). Altrimenti sono sempre costretto ad essere coperto fin sopra i capelli, anche all'interno dei ristoranti. Non mi ricordo un locale, in questi sette giorni, che abbia avuto un riscaldamento! Di notte la temperatura scende sotto zero e penso di avere raggiunto il record in quanto a strati di vestiti: canottiera, t-shirt, maglietta a maniche lunghe in pile, camicia, maglione di lana, giubbotto di pile e giacca a vento: ben 7 strati!
Una mattina ci rechiamo con i resti del gruppo ad un monastero buddista tra i monti nei pressi di Lhasa, a 4600m. Partenza in pullman fissata alle 6.30. Il viaggio e' tremendo. Giunti in piazza alle 6.15 scopriamo che il bus e' gia' pieno di pellegrini tibetani. Siamo quindi costretti a sederci su mini-sgabelli di plastica nel corridoio del pullman. Non c'e' il riscaldamento e le gambe e i piedi mi si stanno letteralmente ghiacciando. Dopo un'ora e mezza di sofferenza arriviamo al monastero; sta albeggiando e intorno a noi le montagne sono ricoperte di un leggero strato di neve. Dobbiamo assolutamente scaldarci e ci rintaniamo quindi in un piccolo ristorante dove, grazie alla presenza di altri corpi, si e' creato un poco di calore. I tibetani ci offrono il loro the' che consiste in the', appunto, sale e burro di yak. Imbevibile. Per correttezza cerco di buttar giu' mezza tazza, rischiando di vomitare. Poi, visto che non si trova altro, passo a una piccantissima zuppa istantanea che mi scalda piacevolmente le pareti di stomaco e gola. Meglio passare all' attivita' fisica. Decidiamo di scalare il monte nei pressi del monastero. Una lunga e sfiancante passeggiata per coprire un dislivello di alcune centinaia di metri. Il fiato manca a tutti e ben presto l'ordinata fila si disunisce, come in un tappone di montagna al Giro d'Italia. Giunti in vetta, in un tripudio di bandierine colorate, siamo ripagati dalla purezza dei paesaggi tibetani: netti contrasti e un cielo di un blu incredibile.
Saluto definitivamente cio' che rimane del gruppo; loro hanno infatti deciso di fermarsi per una notte alla guesthouse del monastero mentre io, biglietto del treno gia' in mano (partenza fissata domani mattina alle 10), sono costretto a scendere e tornare a Lhasa. Non che mi dispiaccia; di passare una notte in una gelida stanza a 4600m di quota non ne avevo proprio voglia!
Rene'

venerdì 21 dicembre 2007

Sette giorni in Tibet (1)

Il 27 novembre e' il giorno della partenza per il Tibet. Per entrare in Cina dal Nepal e' necessario fare parte di un viaggio organizzato da un tour operator e quindi essere dotati di "group visa". Avevo nel passaporto gia' un visto turistico individuale per la Cina che pero' l'ambasciata cinese a Kathmandu ha provveduto ad annullare con un bello stampo rosso (cancelled!). Ora il visto - un foglio A4 - dice che il mio gruppo e' composto da una persona: Rene' van Olst. Dannata burocrazia!
Ogni martedi e sabato parte un gruppo di viaggiatori dal Nepal, Kathmandu, alla volta del Tibet. A seconda della stagione i numeri variano. In alta (settembre-ottobre), ad esempio, si sono toccate punte di 100 persone! Il nostro gruppo, per fortuna, e' composto solo da 21 persone; viaggeremo tutti insieme in un convoglio di jeep per 7 giorni, destinazione Lhasa, la capitale tibetana. Il gruppo e' composto da:
- me stesso
- David, avvocato americano di origine ebree
- Matthew, giovane australiano in dubbio sul suo futuro universitario
- Surendra, indiano di mezza eta' residente a Londra
- Luis, giovane ingegnere tedesco trapiantato in Malesia
- Edoardo, studente universitario peruviano
- due ragazze inglesi di provincia, dall' accento incomprensibile (infatti non ricordo i loro nomi)
- caratteristica comune anche a Heather, irlandese del Nord
- Murray, infermiere scozzese
- Philippe, esperto di telecomunicazioni francese, giramondo
- Sophie, sofisticata francese di colore
- Marie, impiegata nella fredda Trondheim, Norvegia
- un gruppo di sei giovani danesi appena usciti dalla scuola superiore
- due universitarie danesi reduci da uno stage in una NGO in Bangladesh

Primo giorno

Partenza da Kathmandu alle 7 di mattina e viaggio in minibus fino al confine dove arriviamo verso mezzogiorno, ora nepalese. Sbrighiamo senza problemi le formalita' in dogana e aggiorniamo le lancette sull'ora di Pechino, +2.15 ore. Questa volta la mia Lonely Planet China, edizione di seconda mano acquistata a Kathmandu, scassatissima, unta e reduce da un probabile tuffo in una sostanza liquida, passa la frontiera indenne. Gli zaini non sono stati aperti per l'ispezione alla ricerca di letteratura proibita!
Sul lato cinese pranziamo e riceviamo le informazioni relative al tour dalla nostra guida tibetana. La strada fino a Naylam, dove prevediamo di fermarci per la notte, e' interrotta causa lavori in corso e dobbiamo aspettare al posto di frontiera fino alle 22, ora di riapertura. Azz! Sono quasi 7 ore a partire da adesso.
Interminabile attesa in auto. Le presentazioni di rito e i discorsi vanno scemando e occore ammazzare il tempo ascoltando l'ipod o, meglio, dormendo.
Alle 21.30 riusciamo a ripartire e in 2 ore scarse raggiungiamo l'albergo per la notte. La strada e' tutta buche e scossoni, sterrata. Si sobbalza. Una ragazza danese, nell'auto-centrifuga, inizia a vomitare.
Si temeva una sistemazione spartana ma l'albergo non e' male; meglio, per intenderci, della mia guesthouse a Kathmandu. E' una ghiacciaia ma il materasso e' egregio e ci sono molte coperte. Naylam e' a 3900m. In un solo giorno abbiamo fatto un salto di 2500m.

Secondo giorno

Dalla jeep ammiriamo estasiati la natura tibetana. Il paesaggio e' radicalmente mutato, dalle verdi, umide, ricoperte di vegetazione, colline nepalesi, siamo passati a montagne scarne, brulle e a colori dalle tonalita' ocra. Sembra di percorrere un deserto d'alta quota. Ancora prima di mezzogiorno solchiamo un passo a 5200m. Ci fermiamo alcuni minuti sotto una struttura metallica a forma di arco ricoperta interamente di bandiere di preghiera (prayer flags) tibetane. Non molto lontano si erge maestosa la sagoma innevata dello Shishapanga (un ottomila al confine tra Nepal e Cina).
Pranziamo a Tingri, dove una strada biforca alla nostra destra e porta diretto al campo base dell' Everest. Il Chomolungma (cosi si chiama in tibetano la vetta piu' alta del mondo) spicca lontano, lungo la linea dell'orizzonte, rendendo pero' chiaramente visibile la sua altitudine.Seduti intorno a una stufa in una tipica abitazione tibetana consumiamo il pranzo. Ognuno di noi, in un modo o nell' altro, accusa i sintomi dell' AMS (altitude mountain sickness). Io ho un sottile e persistente mal di testa, una linea dolorosa proprio sopra le tempie.
A meta' pomeriggio arriviamo a Lhatse (4100m), secondo stop per la notte. Questa volta le camere, disposte intorno ad un cortile, sono "essenziali": i letti sono brande che scricchiolano pericolosamente sotto il peso dei corpi. Il bagno? Una odorosa latrina: occhio a non cascarci dentro di notte! La toilette si trova in un altro cortile, aperto su un lato e disordinato magazzino a cielo aperto della guesthouse, dove i muri sono ricoperti di cacche di yak, appicicate li ad essiccare, prima di diventare combustibile per la stufa.
Mentre ci scaldiamo intorno ad una tazza di the, in attesa di cenare, Heather irrompe nella stanza dicendo di avere trovato uno snack bar dove servono hamburger. In men che non si dica mette insieme un piccolo esercito di affamati. Io declino, riservandomi il diritto di fare una ispezione piu' tardi.
Giunto sul posto, trovo i ragazzi seduti intorno ad un tavolo intenti a sgranocchiare patatine. Stanno ancora attendendo i burgers. Il primo tocca ad una ragazza danese: e' un egg burger; semplicemente una frittata all'interno di un soffice panino. Addenta. Il suo sorriso si smorza subito. "Il pane e' dolce!" esclama. Intanto arriva il secondo panino, il chicken burger di Philippe. Lo stupore e la risata e' grande. Ragazzi, il panino e' un bombolone ricoperto di glassa al cioccolato, che viene subito immortalato dai flash delle nostre macchine fotografiche, tra gli sguardi preoccupati delle due cuoche. La vera star della serata!
Io decido che ho visto abbastanza e trascino Matt fuori dal locale. Quello che sta accadendo e' chiaro: le ragazze hanno finito il pane e, pur di accontentarci (e per non perdere 8 preziosi clienti!), sono passate all'utilizzo di panini dolci.
Insieme a Matt trovo ben presto un minuscolo ristorante dove consumiamo una decente zuppa di tagliolini, verdure e carne. Il brodo bollente ci da un po di calore per affrontare la notte. La stanza infatti e' gelida e la finestra, che non si chiude bene, lascia penetrare spifferi d'aria. Srotolo il sacco a pelo, necessario, e mi infilo sotto le coperte.

Terzo giorno

La notte e' passata bene, nonostante mi sia dovuto alzare due volte per correre al gabinetto (sto bevendo molta acqua per contrastare il mal di montagna). Lo spostamento in jeep, oggi, e' molto breve: solo 90km, contro i 200 e piu' coperti in ognuno dei primi due giorni. Ancor prima di mezzogiorno arriviamo a Shigatse. E' la prima citta' dove faremo del turismo.
Nel pomeriggio infatti esploriamo il grande monastero buddista che rende famosa questa citta'. Molto bello. In una delle cappelle c'e' un Buddha dorata impressionante, alto piu' di 20m. Gli edifici del monastero sono disposti a piu' livelli, sui fianchi di una montagna. Il cuore batte velocemente e il respiro e' affannoso quando la strada inizia a salire e dobbiamo percorrere una scalinata. Siamo ancora intorno ai 4100m di quota!
Shigatse conserva ancora un piccolo nucleo di abitazioni tibetane, sul lato orientale del grande monastero, mentre tutto il resto della cittadina si sta rapidamente cinesizzando (per numero di abitanti, Shigatse e' la seconda citta' dopo Lhasa). Ben presto la ferrovia, che da novembre 2006 collega Lhasa alla Cina, arrivera' fino a Shigatse. Le case tibetane, dai tetti piatti, hanno una forma quasi trapezoidale e sono interamente dipinte di bianco, con fasce di colore nero intorno alle finestre. Richiamano molto gli edifice del monastero dove, oltre al bianco, viene utilizzato anche l'amaranto, il marrone e l'oro, a seconda dell'importanza degli edifici.
In serata si crea il gruppo di giocatori di poker. La camera "d'azzardo" e' quella di Heather e Murray, che vengono spennati da Matt a Texas Hold'em (io limito i danni).
Anche questo albergo e' sprovvisto di riscaldamento ma almeno c'e' l'acqua calda e per molti e tempo della prima doccia calda.
Rene'

mercoledì 19 dicembre 2007

Nepal

Arrivati a Darjeeling e raggiunto quindi il nord dell'India si puo' dire che il Nepal e' alle porte. E' a portata di mano e visibile dalle cime di queste colline bengalesi.
Il passaggio di frontiera tra il Nepal e l'India e' divertente. La dogana e' poco piu' di una casupola con all'interno due ufficiali indiani che annotano, a penna, su dei registri il passaggio di tutte le persone. Sono letteralmente sommersi dalla carta! Sul lato nepalese l'atmosfera e' molto rilassata e il doganiere si stava quasi dimenticando di apporre il visto sul mio passaporto.
Sincronizzazione dell'orologio: il Nepal e' 5 ore e 45 minuti piu' avanti dell' Italia. E' legittimo chiedersi il motivo di questi 45 minuti di sfasamento; semplice: visto che l'India e' avanti di 5 ore e mezzo, il Nepal ritiene necessario evidenziare la propria indipendenza dall'India spostando in avanti le lancette di 15 minuti!
Passo una notte al confine in quanto devo attendere il primo bus della mattina successiva per Kathmandu: partenza fissata alle 4.30!
Il viaggio si rivela lungo... molto lungo... ben 17 ore! A dir tanto avremo coperto una distanza di 500km.
Procedo nella narrazione abbastanza in stile libero, soffermandomi su alcuni episodi. In Nepal ho passato 13 giorni e ho visitato di fatto solo due citta': Kathmandu - la capitale - e Pokhara.


Tutte le strade del Nepal portano a Kathmandu

Purtroppo si! Immaginate tutto il traffico su ruota di una nazione (tra auto, pullman e camion) che, proveniente da ogni angolo del Paese, si riversa su una unica strada verso la capitale. Un disastro! Facciamo un esempio: lo spostamento in pullman da Pokhara a Kathmandu dovrebbe prendere tra le 6, massimo 7, ore. Ci ho messo 12 ore, di cui 6 solo per coprire gli ultimi 20 km prima di Kathmandu. La colonna di mezzi - un lungo serpentone snodato lungo i fianchi di una collina - era assolutamente immobile, modello "una ordinaria giornata di follia". Un vero stillicidio. La noia mortale rinchiusa in una gabbia di metallo. L'esasperazione, poi, non fa che complicare le cose: ogni tanto sulla corsia opposta il traffico era assente; una occasione colta al volo dal "genio nepalese" che inizia a percorrere la corsia libera fino a che non incontra un veicolo proveniente in senso contrario. Il risultato: traffico bloccato e una serie infinita di manovre per trovare lo spazio necessario per rientrare nel senso di marcia corretto (ovviamente sto parlando di decine di veicoli che stanno cercando di saltare la coda). Per sbloccare il mega ingorgo ci sarebbe voluto l'intervento di un esercito... di bulldozer. Il Nepal quindi, da un punto di vista "trasporti" non rivela il suo lato migliore.

Geografia

Il Nepal e' un Paese lungo e stretto. Immaginate, disposte sul lato piu' lungo del rettangolo, 3 fasce parallele di terreno: pianura (sud); collina (centro) e montagna (nord). Le strade ci sono in pianura e in collina mentre in montagna esistono solo i sentieri e tutto il traffico (umano e merci) avviene a piedi e a forza di braccia (e in alcuni casi con l'aereo). Non a caso il Nepal e' il Paese del trekking! Tutto il nord e' caratterizzato dall'imponente Himalaya: i monti piu' alti del mondo si trovano qui. Montagne che evocano miti, leggende, sofferenze: come la storia della conquista dell'Everest. Vedere al museo le attrezzature utilizzate per scalare negli anni Trenta mette i brividi.

A spasso per la valle di Kathmandu

In soli 13 giorni di Nepal non ho potuto fare alcun trekking. Mi sono limitato ad esplorare il Nepal storico e culturale, in particolare nella incantevole vallata di Kathmandu, cosi ricca di testimonianze del passato. Passeggiare per una cittadina nepalese risveglia i propri istinti da esploratore. Ci sono templi, edifici sacri e cappelle votive (l'equivalente delle nostre "madonnine") a bizzeffe. La mattina presto, per le strade, si sentono le campanelline di chi si reca al tempio per pregare e portare le offerte. I centri storici sono labirintici: viette strette, case che quasi si toccano e talvolta piccole gallerie che terminano in una piazza. Le citta' si sviluppano intorno e a partire dalla Durbar Square, la piazza principale, un tempo sede dei regnanti e dell'amministrazione cittadina. Gli edifici di queste piazze hanno strutture piramidali, a gradoni, e sono sormontati da tetti di legno, anche essi a forma di piramide, finemente intagliati e decorati.
Il calendario nepalese e' pieno di feste e ricorrenze sacre. Talvolta scorre anche sangue, essendo le offerte di animali (pecore e vacche) ancora abbastanza comuni. Raffaela cerca di illuminarmi sui molti lati oscuri della cultura nepalese. E' una amica di vecchia data (non la vedo da 10 anni!) che lavora da quasi un anno a Kathmandu. Una sera andiamo ad un concerto di musica tradizionale nepalese organizzato da alcuni suoi amici nei pressi della capitale. La piazza del paese e' gremita di persone allegre e sorridenti, sedute a gambe incrociate, gomito a gomito. La musica e' interessante: etnic-folk con molto tamburo e strumenti a corde. Una esperienza autentica che si chiude con la cena insieme al gruppo, tutti seduti per terra in una stanza a mangiare riso, lenticchie e curry di verdure, con le mani! Si, qui si fa cosi. Sulle prime ero visibilmente in difficolta', polpastrello ustionato e sugo che cola lungo le mani, poi mi sono impratichito e ho iniziato a formare palline di riso e a usare la mano come una piccola vanga, con il pollice a spingere il cibo in bocca.

La Kathmandu di oggi

Dove sono i fricchettoni? Kathmandu non e' piu' la loro capitale. Li ho cercati anche nel loro ex-quartiere dove una strada si chiama pure Freak Street. Spariti. La Kathmandu del 2007 e' il regno dei trekkers e di chi e' in cerca di brividi. Il centro d'azione si e' tutto concentrato nella zona di Thamel, il quartier generale dei turisti. Quando ci entri abbandoni il Nepal tradizionale e ti trovi circondato da agenzie viaggi, negozi di abbigliamento (finto) da montagna, souvenir, supermercati con alimentari importati da tutto il mondo, internet point, pubs e ristoranti (cari) per tutti i gusti. Come in India, mi tocca fare lo slalom tra gente che mi vuole appioppare qualcosa. La saturazione arriva presto; dopo 3 giorni al massimo. Purtroppo non c'e' scelta: gli alloggi economici sono qui e anche io mi adeguo ai riti del quartiere. Colazione bacon & eggs; sightseeing; nel pomeriggio ritorno alla base, internet, doccia e poi cena: indiano, cinese, italiano, israeliano, steakhouse o nepalese? Scegliete voi, io ho gia' dato. Dico solo che la pizza era accettabile (pasta poco salata ma va bene cosi!).
A Thamel girano facce conosciute. Qui incontro Ben e Sam gia' visti in Pakistan; sono entrambi in partenza per Inghilterra e Australia. Ben prevede poi di tornare e di stabilirsi a Kathmandu per aprire l'ennesima... agenzia viaggi! Anche se nella vita ha fatto quasi sempre il camionista. Recentemente ha lavorato anche in Iraq. Un tipo tosto.


Incantevole Pokhara

Il turista intrepido, quindi, dopo essersi rifocillato di cibo e avere comprato l'attrezzatura adatta nei negozi di Thamel, si sposta a Pokhara dove puo' liberare la sua voglia di avventura incamminadosi lungo il circuito intorno all'Annapurna (18 giorni); volando in parapendio o con l'ultraleggero; sfidando le rapide di un fiume con un gommone; buttandosi da un ponte con l'elastico; oppure facendo torrentismo. Io inizio affittando una mountain bike per girare in tranquillita' tra le vie di Pokhara poi, il giorno successivo, passo allo scooter causa pigriza e sedere dolorante. Meglio cosi. Con il motore si coprono piu' facilmente i 600m di dislivello per raggiungere Sarangkot, sopra Pokhara, da dove si puo' godere di un'eccezionale panorama sul massiccio dell'Annapurna (8000 e poco piu' metri). Peccato per le nuvole che hanno nascosto parzialmente i monti. Ai miei piedi scorgo il piccolo lago sulle cui sponde sorge Pokhara, incastonato tra verdi colline e campi coltivati: mi sembra di essere in Svizzera!
Una sera mi metto in cerca di un ristorante nepalese economico. Cosa non facile in quanto sul lungo lago di Pokhara vige la legge del ristorante spenna-turista. Scorgo un cartello a bordo strada che pubblicizza momo (ravioli tibetani) a prezzi da saldo. Il ristorante si rivela una stanza che da sul cortile di un piccolo centro commerciale. La stanza e'grande a sufficienza per occupare la cucina e i clienti vengono fatti accomodare su un lungo tavolo di legno all'esterno del locale! C'e' gia' un gruppo di viaggiatori che sta mangiando in una atmosfera comunitaria. Tra di loro scorgo Johannes, uno dei ciclisti che avevo incontrato in Kazakistan nel corso delle mie prime due settimane di viaggio. Carramba', come e' piccolo il mondo! Ha appena finito di girare il Tibet in bici e si appresta a pedalare in India. A partire dal Kazakistan le nostre strade si sono divise per tornare ad incrociarsi nuovamente in Nepal. Ora io vado verso nord (Tibet) mentre lui scende a sud. Un incontro che val bene qualche giro di birra!

Un anticipo di Tibet

Tornato a Kathmandu compro l'attrezzatura minima per affrontare il temibile inverno tibetano: guanti, cappello, magliette in pile, calzamaglia e una sciarpa di lana di yak. Sull'altopiano mi attendono infatti altezze superiori ai 5000m. Ho anche occasione di vedere una anteprima di cultura tibetana nel corso delle mie visite al Monkey Temple e alla Stupa di Boudnath (entrambe a Kathmandu). Soprattutto a Boudnath vivono molti esuli tibetani e altrettanti giungono in pellegrinaggio da tutto il Nepal per percorrere, in senso rigorosamente orario, la circonferenza esterna della enorme Stupa, snocciolando grossi rosari in legno. E' questa l'ultima immagine che conservo del Nepal, un Paese di persone sorridenti e allegre, gente molto friendly che mi ha permesso un soggiorno decisamente piu' rilassato rispetto all'India!
Rene'


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