mercoledì 9 luglio 2008
Viaggio al centro di Java
Ritorno ad un ritmo piu' consono al viaggio: sveglia di buon ora e sightseeing prima che le temperature tropicali rendano insostenibile ogni spostamento. Passo giorni tranquilli a scoprire bellezze architettoniche come la stupa di Borodbur (la stupa buddista piu' grande al mondo) e le rovine dei templi induisti di Prambanan, seriamente danneggiate da un recente terremoto.
Mi trovo al centro dell'isola di Java e, al contrario di Jakarta, la regione e la citta' di Jodja sono ricche di attrazioni turistiche: palazzi reali, musei, spettacoli culturali, esibizioni di artigianato. Di sera le strade di Jodja si riempiono di studenti universitari e scolaresche in gita, che si mischiano ai turisti nella frenetica ricerca di economici souvenir. Ristorantini ambulanti, bancarelle e riscio' a pedali affollano ogni spazio libero e l'aria, gia' umida di suo, si carica ulteriormente di odori e sapori.
La citta' di Solo, a 1 ora di treno da Jodja, non ha lo stesso appeal della sua illustre vicina, ma vale comunque una visita per ammirare le piantagioni di the e i templi induisti che caratterizzano le verdi colline a est dell'abitato. Sull'isola di Java immergersi nella natura per scoprire angoli incontaminati non e' altrettanto facile come nella selvaggia e immensa Sumatra: la densita' della popolazione e' molto alta e sull'isola si contano oltre 120 milioni di abitanti.
Raggiungo poi la costa settentrionale dell'isola e mi fermo a Jepara dove incontro gli imprenditori svedesi, padre e figlio, conosciuti a Singapore. La zona pullula di mobilifici e saloni d'arredamento; dev'essere la Brianza dell' Indonesia. Ho giusto il tempo per passare una notte perche' il mattino successivo sono gia' su un battello in direzione dell'arcipelago di Karimunjaya, una delle poche zone ancora inesplorate di Java. Gli svedesi mi ospiteranno al loro resort!
Il vecchio traghetto, arrugginito dagli anni e dalla salsedine, arranca in un mare abbastanza mosso. Resto ancorato per 6 ore alla mia poltroncina, incapace di alzarmi, camminare e mangiare. Prima di arrivare nel resort di proprieta' degli svedesi devo ancora sorbirmi oltre 1 ora di trasferimento su una barca di legno, lunga una decina di metri. Disteso sul tetto, insieme ad un gruppo di operai diretti al resort, scruto le prime stelle di questo caldo crepuscolo nei mari del sud.
Arrivato sull'isola, privata, vengo sorpreso dal lusso di una struttura alberghiera a 5 stelle. Nel mio bungalow a pianta ottogonale, all'ombra di palme da cocco, c'e' l'aria condizionata, la TV via satellite, un grande letto matrimoniale e il bagno con l'acqua calda. Al ristorante c'e' gia' un piatto caldo e una birra ghiacciata che mi aspettano; accoglienza regale!
Il giorno dopo mi metto a curiosare nei paraggi. In meno di 1 ora ho percorso l'intera circonferenza dell'isola e ho potuto appurare che, oltre a Lax - il proprietario - suo fratello e un gruppo di operai, sull'isola ci sono solo io! Il resort e' ancora chiuso e l'attivita' di manutenzione e' frenetica in vista della prossima riapertura.
Trovarsi da soli su una minuscola isola tropicale: paradiso o trappola? Probabilmente la risposta e' legata al periodo di permanenza. Nel mio caso, restandoci solo 2 per giorni, le sensazioni sono estremamente positive. Un tramonto infuocato, come le zanzare che mi massacrano le caviglie, ha chiuso una giornata oziosa, talmente oziosa che il primo bagno l'ho fatto alle 4 del pomeriggio. Mi sono immerso nei pressi del molo, circondato da un branco di sardine; ho nuotato tra migliaia di esseri luccicanti che si muovevano in perfetta sincronia: stupefacente.
Alla sera un'altra ottima cena, insieme a Lax e suo fratello. Un unico rammarico: l'indomani e' gia' previsto il rientro a Java. Arrivederci al Kura Kura Resort (www.kurakuraresort.com).
Rene'
lunedì 23 giugno 2008
Paura e delirio a Jakarta
Jakarta e' a un tiro di schioppo; la raggiungo facilmente con un minibus. Lo stretto che separa Sumatra da Giava e'... stretto... e in traghetto ci si mette solo 1 ora e mezza a coprire la distanza.
Jakarta e', come dicono gli anglosassoni, overwhelming. La citta' piu' grande del sud est asiatico. Una giungla metropolitana di oltre 9 milioni di abitanti, che cresce all' impazzata. Uno sviluppo demografico e urbanistico incontrollato. Arrivo in un caldo giovedi pomeriggio e, dopo essermi sistemato, mi siedo in uno dei tanti ristorantini che si affacciano sulla animata Jalan Jaksa, la strada dei backpacker.
Qui conosco un ragazzo indonesiano. Mi aiuta a decifrare il menu e si ferma poi a chiaccherare. Fa l'event coordinator al Ritz Carlton di Jakarta e conosce un italiano pilota di formula GP2 Asia (tra l'altro ho visto le gare in Malesia prima del GP di F1) che si chiama Marco Bonalumi e che si fa sentire al cellulare di Anton, l'indonesiano, mentre siamo al ristorante. Anton ad un certo punto me lo passa e salta fuori che sto Marco e' di Lecco (23 anni); sta chiamando dal Bahrein!
Sono abbastanza stanco ma mi lascio convincere ad una serata fuori. Si va al Red Square vodka bar. Ragazze cubo ballano scatenate e Anton mi paga da bere (4 vodka redbull con pochissima redbull e 2 shots di tequila); io faccio lo spacchiuso e bevo lo shot in un nano secondo (mentre lui sorseggia) esclamando "I am a tequila professional" (memore delle nottati in italia con la mitica Cuervo Reposado, ora sostituita con il chupito rum e pera). Nel corso della serata la svolta. Mi accorgo che Anton e' gay... Mi parla a un dito dalla faccia e ho l'impressione che abbia cercato di baciarmi!
Rene'
martedì 17 giugno 2008
Il mega trasferimento
Giunti sul posto faccio la conoscenza della famiglia e ben presto mi trovo un piatto di riso e pesce fritto sotto i denti: accoglienza all'indonesiana. La casa e' composta da 3 stanze, una cucina ed il soggiorno. Ci sono pochi mobili (nel soggiorno c'e' solo la TV...) e il pranzo lo consumiamo seduti, a gambe incrociate, su una stuoia. Dopo una tazza di caffe' facciamo un giro del villaggio e visitiamo uno zio di Riki che abita in una bellissima casa tradizionale di legno con un tetto che mi ricorda lo scafo di un veliero. Tutta la famiglia e' al lavoro nelle operazioni di restauro del vecchio edificio.
Tornati a Bukittinggi visitiamo un'area della citta' dove i giapponesi, nel corso della seconda guerra mondiale, hanno costruito una estesa serie di bunker e gallerie sotterranee. E' ormai pomeriggio inoltrato e avrei bisogno di un break, di un attimo di riposo in albergo, ma non riesco proprio a svincolarmi dalla compagnia di Riki (mollami!). Chiudo la giornata invitando il mio nuovo amico a cenare in un ristorante all'aperto del mercato notturno. Il clima e' ora piacevolmente fresco (Bukittinggi si trova a 1500m di altezza) e le strade si sono riempite di gruppi di ragazzi che suonano la chitarra.
Il mattino successivo, alle 10, mi imbarco su un bus alla volta di Bandar Lampung, citta' posta all'estremita' meridionale dell'isola di Sumatra. Sulla la carta la distanza da Bukittinggi sembra essere intorno a 1000km. Sto per sciropparmi, in lunghezza, quasi due/terzi di Sumatra. I tempi del viaggio sono imprevedibili.
Un'ora dopo la partenza siamo gia' fermi per un guasto meccanico. Il pullman e' entrato troppo violentemente in una buca e si deve essere scassato qualcosa. Ripartiamo dopo un'ora e mezza di smartellamenti nell'area del semiasse anteriore.
Sul bus la mia posizione non e' delle migliori; mi trovo nella fila immediatamente prima del bagno; significa avere un sedile che non si reclina e aria maleodorante. Sono l'unico straniero in viaggio e, quindi, al centro dell'attenzione. Verso sera il corridoio centrale si è trasformato in un immondezzaio: una giornata di pasti e di snack hanno lasciato il segno. Ci fermiamo in un ristorante per la cena e scopro con sorpresa che quasi tutti i passeggeri approfittano della sosta per lavarsi e rinfrescarsi; sapone, salvietta, un cambio di vestiti e risalgono in pullman come nuovi; quello che si sta progressivamente sporcando sono solo io... Nel corso della sosta qualcuno si e' anche preso la briga di pulire il corridoio; meno male.
La notte procede a sobbalzi, come quelli della strada, che interrompono un sonno gia' leggero sollevandoti dal sedile. Sumatra e' un'isola gigantesca, dove le citta' sono separate da centinaia di km l'una dall'altra; in mezzo ci sono colline, laghi, vulcani, foreste e campi. E' una zona selvaggia anche se l'integrita' della natura e' messa costantemente in pericolo da disboscamenti e trivellazioni in cerca di petrolio.
Il mattino del secondo giorno arriviamo a Palembang, una grossa citta' nell'area sud-orientale dell'isola. La sosta e' breve; giusto il tempo di far scendere alcune persone e di caricare nuovi passeggeri; il bus e' sempre pieno. Il viaggio scorre lento. A Sumatra non ci sono autostrade e le poche strade che attraversano il territorio sono molto trafficate e alquanto scassate. Verso mezzogiorno facciamo una pausa; il pullman si e' fermato lungo la strada accanto ad alcune bancarelle che vendono frutta. I miei compagni di viaggio insistono nel farmi provare il durian, un frutto dalla pelle spessa e appuntita, grosso quanto un melone e dalla polpa puzzolente: qualcosa che ricorda un uovo marcio o la puzza di piedi. E' dolcissimo, non male dopotutto, ma e' da mangiarsi con il naso tappato. Prima di ripartire mi regalano un sacchetto di duku, un frutto grande poco piu' di una noce, anche questo da sbucciare, dalla polpa trasparente, dolce e succosa.
Il pullman attraversa ora una vasta landa pianeggiante. Campi a perdita d'occhio; il colore giallo delle lunghe spighe di riso che contrasta con le nuvole nere di un temporale che rumoreggia, lontano, sulla linea dell'orizzonte. Una colonna di TIR davanti a noi solleva ondate di polvere. E' un pomeriggio bollente. Nessuna citta' in vista. Arrivero' mai?
All'imbrunire il pullman si ferma ancora, questa volta per la cena. L'autista mi spiega che Bandar Lampung e' poco distante; ancora un paio di ore e ci siamo. Mentre i passeggeri si lavano io mangio un piatto di riso fritto; probabilmente sono l'unico che sta iniziando a puzzare.
Ore 21: case e negozi si fanno piu' frequenti lungo la strada. Stiamo per arrivare in citta'. L'autista in seconda mi si avvicina e mi spiega che non si fermeranno alla stazione: il pullman prosegue fino a Jakarta. Mi chiede dove voglio scendere. Non lo so, rispondo; poi aggiungo, vicino ad un albergo va bene.
Ed e' cosi che il bus si ferma, alle 21.30, dopo 35 ore di viaggio, nei pressi di un grosso albergo. Non ho la più pallida idea di quale sia la mia posizione; se sono in citta' o in periferia. Entro e addocchio i prezzi; troppo alti. Faccio chiamare un taxi che mi porta verso il centro, in un albergo più economico. Appena entrato in stanza crollo sul letto. Ho proprio bisogno di starmene sdraiato almeno per una decina di ore.
Rene'
giovedì 12 giugno 2008
Entrata a Sumatra
Mi faccio portare da un moto-taxi alla stazione dei pullman; un enorme parcheggio con un unico bus in attesa sotto il sole cocente. Fortunamente e' diretto a Pekanbaru, la maggiore citta' di questa zona, e partira' da li a poco.
Faccio due conti: 150km da percorrere, una media di 50km orari; tra 3, al massimo 4 ore, dovrei essere a destinazione. Mi sbaglio. La strada e' asfaltata ma abbastanza disastrata: buche e tratti in sterrato ogni decina di kilometri; lavori in corso. Traffico intenso (e' l'unica strada che dalla costa est dell'isola porta a Pekanbaru) e alcuni fiumi esondati a causa di un alluvione non fanno che peggiorare le cose. Si viaggia a singhiozzo. La velocita' dei trasferimenti in Malesia e' presto dimenticata.
Sul pullman mi si affianca un tecnico petrolifero indonesiano di ritorno a casa per il fine settimana (e' un venerdi pomeriggio); abita a Pekanbaru e parla bene inglese perche' ha lavorato per anni per una compagnia statunitense. Dopo un po' che chiaccheriamo mi offre alloggio a casa sua per la serata; sono sorpreso: una proposta del genere non mi era ancora capitata!
A una trentina di km dalla citta' il traffico si blocca: un fiume ha rotto gli argini e sta sommergendo la strada. Si passa piano e uno alla volta. Alcune case sono per meta' coperte dall'acqua e gli inquilini stanno salvando il salvabile e si dirigono verso tratti di terreno asciutto. Brutta storia.
La giornata, che prevedevo tranquilla, si rivela molto lunga e quando il pullman arriva a Pekanbaru sono ormai le 20 passate. Il mio compagno di viaggio si scusa per non potermi piu' ospitare perche' ha un bambino molto piccolo che ha bisogno di dormire. Mi indirizza verso il taxi collettivo corretto (un piccolo minibus), destinazione centro citta', e mi saluta.
Mangio un piattone di riso fritto (nasi goreng, una delle specialita' nazionali) e poi mi infilo a letto. Ripenso un attimo ad oggi: non ho visto un viaggiatore, o straniero, e ho passato la giornata sul pullman.
L'indomani mi sveglio presto e prendo un bus per Bukittinggi, un paese sulla catena montuosa che percorre, da nord a sud, l'intera isola di Sumatra. E' la zona di incontro di due placche terrestri che, nel corso dei millenni, ha generato una cordigliera di vulcani alti fino a quasi 4000m e continua a scuotere periodicamente queste terre con violenti e improvvisi terremoti.
Il pullman e' un mezzo decrepito che si ferma in continuazione per caricare passeggeri: una specie di taxi gigante che casca a pezzi. Per coprire 200km scarsi impiego oltre 7 ore. 30km orari di media; non male...
Arrivato a Bukittinggi non so dove sistemarmi. Non ho ancora trovato una guida turistica per l'Indonesia e sto quindi "procedendo a vista" utilizzando unicamente una cartina geografica del paese. Mi trovo quindi a chiedere informazioni in continuazione e, non conoscendo la lingua, faccio fatica a farmi capire. Fermatomi presso un chiosco che vende cellulari (ce ne sono migliaia in Indonesia) chiedo indicazioni per un albergo economico e mi ritrovo in sella allo scooter del commesso che, prima di portarmi a destinazione, decide di fare un giro turistico di Bukittinggi. Mi lascia il suo numero di cellulare e chiede se ci possiamo incontrare domani. Beh, si, non vedo alcun problema... Si chiama Riki. Lo soprannominero'... Mollami!!!
Rene'
mercoledì 4 giugno 2008
Solo un gran baccano
E' il weekend del Gran Premio di Formula 1 e la citta' e' fully booked. Di ritorno dalla giungla (senza un paio di scarpe, abbandonate per eccessivo infangamento) mi sistemo una notte al Pondok Lodge, lasciato il giorno seguente perche' al piano inferiore si trova una discoteca che pompa musica house, di ottimo livello, fino alle 4. Le mura della mia stanza stavano letteralmente ballando e il letto vibrava, percosso da una violenta successione di bassi. Ma al Green Hut - la sistemazione successiva - le cose non e' che vadano meglio; il posto e' infestato da fastidiosissime pulci (o acari) che, nottetempo, si accaniscono senza pieta' su braccia e gambe inermi. Non sembrano risparmiare nessuno: tutti gli ospiti si grattano freneticamente e implorano "new bed sheets"; il problema, purtroppo, risiede altrove...
E' senza dubbio un fine settimana ad alto volume, complice la Formula 1, che porta in citta' turisti, feste (un party con dj Mauro Picotto dall'Italia, gia' attivo a Rimini nel corso della mia vacanza da maturando 18enne!), manifestazioni e un periodo di grandi saldi. Il Gran Premio sono andato a vederlo; perche' no? Sono in zona, dopotutto. Anche visto dal vivo lo spettacolo non cambia: una noia mortale con l'unica differenza, rispetto al salotto di casa, che il frastuono e' tale che senza tappi nelle orecchie si rischiano seri disturbi d'udito. Sara' per questo che forse ci si sente un poco part of the game.
Prima di lasciare definitivamente KL passo una serata con John, un simpatico ingegnere informatico malese di origine singaporegna conosciuto nel corso del mio soggiorno a Phuket; andiamo a cenare in un fantastico ristorante giapponese, dove ci si serve ad un buffet, e devo ammettere che, contrariamente alla maggior parte delle mie precedenti esperienze, il cibo e' davvero buono. John mi convince ad assaggiare il "pesce incinto" (un pesciolino di 15cm di lunghezza, ripieno di uova, infilzato e grigliato su uno spiedino) e mi racconta alcune credenze popolari cinesi come: mai girare un pesce mentre lo si mangia; significa che "una nave affondera'".
Dalla capitale mi porto quindi a Melacca, citta' sulle sponde dell' omonimo Stretto; un porto che ha visto il passaggio di portoghesi, olandesi, inglesi e che conserva ancora molte interessanti vestigia del passato. Non a caso e' riconosciuta come la capitale culturale della Malesia. Gli edifici coloniali olandesi, tinteggiati in vivaci colori pastello, sono stati trasformati in interessanti musei sulla lunga storia di Melacca.
Al giorno d'oggi l'impronta cinese sulla citta' e' forte e rappresentata dal vivace quartiere di Chinatown, dove si commercia antiquariato e l'aria e' carica del fumo azzurrognolo sprigionato dalle bacchette di incenso.
Sono gli ultimi giorni in Malesia e l'occasione quindi per terminare i miei ringgit (la valuta locale): una nottata in discoteca per la Ladies Night del mercoledi sera (divertente come sempre) e una serata al cinema per la prima di 10.000 BC che conferma la mia infelice statistica nella scelta dei film sul grande schermo: nell'80% dei casi si rivelano delle grosse cagate.
Conservo giusto il denaro necessario all'acquisto del biglietto per il traghetto da Melacca a Dumai: e' il 28 marzo e sto per salpare per l'Indonesia.
Rene'
venerdì 30 maggio 2008
Ritorno in Malesia
Cherating si trova lungo la costa est malese, nei pressi di una lunga spiaggia di sabbia bianca dove, occasionalmente, vengono a deporre le uova delle grosse tartarughe. E' un posto molto tranquillo dove mi fermo per alcuni giorni in totale relax. Ci sono pochissimi viaggiatori stranieri e la spiaggia e' per lo piu' frequentata da malesi. Ho quindi l'occasione di osservare come ci si comporto al mare in un paese musulmano. Per i bambini non ci sembrano essere regole particolari: gli ho visti da interamente vestiti a completamenti nudi. Gli uomini, solitamente, sono in t-shirt e bermuda mentre le donne sono interamente vestite con abiti tradizionali, velo incluso, e in questo modo fanno pure il bagno! Zero esposizione di parti corporee al sole. Non mi aspettavo un atteggiamento tanto conservatore in spiaggia...
You are in the jungle baby...
Da Cherating mi sposto verso ovest e raggiungo l'interno del paese, il cuore della penisola malese. Qui si trova il rinomato Taman Negara National Park: un fazzolettone di foresta pluviale primaria popolato da tigri, elefanti e rinoceronti asiatici, serpenti e un sacco di insetti. Il quartier generale del parco lo si raggiunge al termine di 2 ore di longboat (stretta e lunga imbarcazione di legno) lungo un tortuoso e largo fiume dalle acque marroni; nell'insieme, fa molto "avventura amazzonica".
Che siamo nei pressi di una giungla ci vuol poco a capirlo; basta dare una occhiata alla vegetazione, impenetrabile, che lambisce il fiume; messaggio rinforzato una sera mentre cerco di prender sonno nel mio bungalow: un urlo terrorizzato al femminile; chissa' cosa avra' visto... spero non un serpente. Chiudo gli occhi e cerco di non pensarci.
Non ho ancora avuto occasione di esplorare una foresta pluviale e sono molto curioso. Decido quindi per un 2 giorni con 1 notte in un rifugio nella giungla. Parto con un piccolo zaino contenente 2 set di abiti (uno da utilizzare di giorno e uno per la sera), 3 pacchetti di riso in bianco per i pasti, da abbinare alle scatolette di tonno, piu' una confezione di biscotti e del succo d'arancia per la colazione. La prima giornata e' leggera. Risalgo il fiume in barca per 1 ora fino a raggiungere un gruppo di bungalows, ora in disuso, appartenenti alle autorita' del parco. Saluto il barcaiolo, ispeziono con lo sguardo le capanne di legno quasi completamente risucchiate dalla vegetazione, poi mi concentro sul sentiero che, di fronte a me, sparisce nella giungla. Sono solo.
Il percorso fino al bun-bun kanbun, il mio rifugio per la notte, e' fangoso ma non troppo difficoltoso. Dopo 5 minuti di cammino sono gia' bagnato fradicio con sudore che gocciola da tutte le parti. Gli alberi intorni a me sono altissimi e le fitte chiome formano un tetto naturale che blocca i raggi del sole e costringe il sottobosco in una scura penombra diurna. Circondati dalla vegetazione si perde facilmente il senso della direzione; non si capisce se si stia andando a est, a ovest, a nord o a sud; non ci sono punti di riferimento da seguire e se ci sono, non si vedono; servirebbe una bussola o quell' innato istinto per l'orientamento possieduto da chi e' nato e vive da queste parti. Io mi limito a seguire il sentiero, sicuro che, prima o poi, trovero' il rifugio. Ci arrivo dopo 1 ora e mezza e un paio di chilometri. E' una piccola casa, costruita su 4 piloni di cemento alti oltre 2 metri. All'interno ci sono 2 file di 4 letti a castello, senza materassi, e uno dei lati della camerata ha una grossa apertura che da su una piccola radura all'interno della foresta. Scelgo uno dei 16 letti, ci poggio la mia roba, mangio una razione e poi decido di esplorare i paraggi. Seguo il sentiero dal quale sono venuto e mi addentro ancor piu' nella giungla. Il rumore degli insetti fa da sottofondo ai miei passi. Uno zzzzzzzz costante e continuo. Ascolto ma non riesco a vedere da dove proviene il suono. La stradina inizia a salire e scendere, attraversa piccoli torrenti e si fa via via fangosa. Quando le scarpe iniziano a sprofondare fino alla caviglia decido di tornare indietro. Sul tronco di un albero caduto mi fermo ad osservare una colonna di formiche; e' una autostrada a 8 corsie. Oltre alle formiche che si muovono ci sono 2 file, ai lati della colonna, di formiche che pattugliano, immobili, il flusso delle altre. Non ne avevo mai viste cosi tante in movimento. Lo stupore viene interrotto da un prurito alla schiena. Infilo la mano sotto la schiena, gratto, e la ritiro. Insanguinata! Sanguisughe, cazzo!
Ritorno al capanno e sfrutto la presenza di una cisterna di acqua sul tetto per farmi una doccia. Denudatomi scopro con orrore delle macchie di sangue sulle mutande. Ai miei piedi si muove una sanguisuga: c'e' l'avevo sulle chiappe! Ahhhh! Mi avvento sull'essere, ingrossato di sangue, e lo brucio con l'accendino.
Piu' tardi, nel pomeriggio, arriva una coppia di trekker olandesi insieme ad una guida del posto. Non passero' la notte da solo. Meglio cosi. I rumori della giungla stavano iniziando a rendermi paranoico.
Ceniamo e restiamo a lungo a fissare la giungla dall' apertura del capanno ma, oltre ad un uccello dalle piume colorate, non vediamo nulla.
Il mattino successivo mi sveglio indolenzito da una nottata sul legno. E' previsto il ritorno al quartier generale - 12 km di giungla - e mi aggreghero' agli olandesi; da solo non lo avrei fatto. Oggi la giornata e' tosta. Per prima cosa, vanno rimessi i vestiti, ancora umidi, di ieri. Poi c'e' il sentiero: fangoso, a tratti ripido e scosceso.
Le scarpe sono ormai mimetizzate con il terreno e la quantita' di sanguisughe e' impressionante. Stanno li in attesa, sulle foglie morte in mezzo al sentiero, e, quando sentono dei passi, si rizzano attacandosi alle suole delle scarpe. Da qui iniziano a salire, velocemente, sulle gambe in cerco di uno spiraglio nel quale infilarsi per raggiunger la pelle e iniziare a succhiare. Ne ho addosso in continuazione e ho da tempo smesso di osservare la giungla per concentrami sulle gambe e sulla mia personale guerra contro le bestiaccie. Praticamente passo il tempo a staccar sanguisughe dal corpo e la cosa non fa che innervosirmi. Umidita' opprimente, sudore totale, vegetazione soffocante e tonnelate di fango non sono abbastanza? No! Non sembra esserci fine alle insidie della giungla; e' proprio un ambiente ostile! Gia', dimenticavo... abbiamo visto anche una vipera. Quindi, in due giorni, l'unico animale che vedo, oltre all'uccello colorato, e' un rettile che potrebbe uccidermi! Forse sono gli animali a osservare me e non io a scorgere loro; io vedo solo verde e marrone e sento zzzzzz in continuazione, come la frequenza vuota di una radio.
L'unico momento godibile della giornata e' il pranzo sul greto di un torrente, a petto nudo, i piedi nell'acqua e senza sanguisughe.
Giungo al quartier generale del parco alle cinque del pomeriggio, al termine di un massacrante, fangoso sali-scendi, con una certezza: la giungla non e' il mio posto.
Rene'
martedì 20 maggio 2008
La fredda ed efficiente Singapore
Un gigantesco edificio grigio, incrocio tra un casello autostradale e un autogrill sopraelevato: e' cosi che si presenta la dogana di
Al Museo d'Urbanistica non nascondono l'obiettivo per il futuro prossimo: vogliamo essere la prima citta' al mondo per qualita' della vita; il luogo migliore per vivere, lavorare e divertirsi. Mentre all' Asian Civilizations Museum una didascalia accanto ad una vecchia foto di Singapore non esita a criticare l'eccessiva ricerca di modernita' che, a colpi di ruspa, cancella la storia della citta'.
Di Singapore apprezzo i food court, le arene gastronomiche: grandi sale al coperto con decine di chioschi che propongono specialita' locali di ottima qualita' (soprattutto cinesi) a prezzi accessibili. Meno godibile e' stato il tempo: 5 giorni di acquazzoni ad intermittenza; niente di anormale: dopotutto la citta' accarezza la linea equatoriale ed il clima e' classificato come "hot & wet". Tutto l'anno.
Come d'incanto mi tolgo i sandali, infilo le scarpette rosse e da cenerentolo-viaggiatore mi trasformo in businessman per la gran serata del Ballo: e' la festa della Fiera, la cena degli espositori.
Il luogo: un grande salone presso un centro convegni. Un centinaio di tavoli da 8 persone. Al nostro, oltre a me e a Teo, c'e' una famiglia di Singapore (padre, madre e 2 figlie al seguito), due vietnamiti e una coppia di svedesi, padre e figlio, residenti in Indonesia. Il menu e' quasi nuziale; molte portate alternate a momenti di intrattenimento su un ampio palcoscenico. Tentiamo un approccio con le subitodue figlie ma dai lampi che saettano dagli occhi della madre capiamo che non e' cosa. Attacchiamo quindi bottone con gli svedesi ed entriamo subito in sintonia, complice la proverbiale efficienza singaporegna, nella fattispecie impersonata da camerieri super-attenti che non permettono mai al livello delle nostre birre di scendere oltre la meta' del bicchiere. Rotto il ghiaccio trovo pure il tempo per cimentarmi in un gioco sul palco: gara di ballo sulle note degli Earth, Wind & Fire; in palio una bottiglia di Dom Perignon. Purtroppo non supero la fase eliminatoria, ma in compenso conquisto le simpatie del tavolo.
Dopo quasi 3 ore, alle undici passate, la cena sta volgendo al termine. Cala il sipario sul palcoscenico e alcuni commensali iniziano ad abbandonare la festa; e' lunedi sera, dopotutto. I primi ad alzarsi dal nostro tavolo sono i componenti della famiglia di Singapore, seguiti a ruota dai vietnamiti. Restiamo io, Teo e gli svedesi. I rabbocchi di birra sembrano infiniti e cosi le conversazioni proseguono. Magnus e Lax - gli scandinavi - gestiscono una fabbrica di mobili in Indonesia e, da quanto capisco, possiedono anche un resort su un'isola al largo della costa settentrionale di Java. Mi dicono che devo andare assolutamente a trovarli quando saro' in Indonesia. Ci scambiamo indirizzi e numeri di telefono, appuntati sul biglietto di ingresso alla festa. Intanto intorno a noi si e' fatto il vuoto: tutti i tavoli sono deserti e nella enorme sala ci siamo solo noi 4 e un indaffarato gruppo di camerieri che sta sparecchiando e pulendo cio' che resta del party. Ma il flusso di birra non si arresta. Lax, il padre, finisce alla goccia un bicchiere di birra tiepido, appartenuto a Teo, nel quale naviga un gamberetto. Quasi ci inginocchiamo per l'ammirazione, sia per la performance che per l'ennesimo refill di birra fresca. Ci avviciniamo alle 2: il salone e' ormai pulito, i camerieri stanno finendo di lavorare e al nostro tavolo si parla di pesca d'altura. Spunta un pacchetto di sigarette... Campanello d'allarme. Fumare al chiuso a Singapore? Si rischia grosso! Meglio alzare faticosamente le chiappe e abbandonare barcollanti la festa. All'uscita ci infiliamo sul primo taxi capitato a tiro, verso la prossima tappa. Ci stiamo a malapena: Magnus e Lax sono due belve da oltre un quintale. Il tassista cerca di assumere un tono amichevole per tenere a bada sti 4 sbronzi che gli son finiti nella macchina. Non stiamo piu' parlando, stiamo urlando, mentre Magnus smanetta all'autoradio sotto lo sguardo preoccupato del tassista. Poco dopo... Orchard Towers, per i conosseurs "four floors of whores" e dalla bellissima storpiatura in italiano: orgia towers. Quattro piani di bar zeppi di ragazze. Noi facciamo poca strada ed entriamo nel primo locale a sinistra al pianoterra. Ci saranno non piu' di 10 clienti, tra i quali due signori inglesi che hanno ormai perso qualsiasi inibizione e si stanno agitando intorno ad un palo per la lap dance, e una ventina di ragazze. Anche se si e' in gruppo, una volta entrati in questi locali ci si ritrova irrimediabilmente soli. Gli svedesi sono stati dirottati verso un tavolo da due girls mentre io e Teo siamo da un'altra parte del locale, alle prese con le nostre due nuove amiche. Ci beviamo l'ultima birra della serata e poi salutiamo Magnus e Lax, che quasi non si accorgono della nostra dipartita immersi in chissa' quale conversazione con le ragazze.
Poco distante, seduti sui gradini all'entrata di un altro palazzo, cerchiamo una boccata d'aria fresca in questa calda notte; ridiamo quando concludiamo che "si, davvero, padre e figlio nel locale a luci rosse non si era mai visto"!
Prima di ritornare ai rispettivi alberghi, camminando lungo
Rene'